...Sotto
il fico
TEMPIO
O MERCATO? (III Domenica di Quaresima 2003)
"Non
fate della casa del Padre mio un luogo di mercato" (Gv 2,16)
Un tempo ben preciso (la Pasqua dei Giudei, Gv 2,13) ed uno spazio
qualificato (nel tempio, Gv 2,14) sono la collocazione di una azione
particolarmente decisa di Gesù, che con una sferza di cordicelle
scaccia dal tempio i venditori di buoi, pecore e colombe ed i cambiavalute,
incalzandoli con veemenza: "portate via queste cose e non
fate della casa del Padre mio un luogo di mercato" (Gv 2,16).
Tutti gli elementi di questo racconto sembrano suggerirci che siamo
di fronte ad un momento significativo, eppure
In un primo momento,
forse, non ci sentiamo nemmeno molto chiamati in causa dalla scena:
è una questione di animali e sacrifici, con cui noi non abbiamo
più a che fare
Gesù, per una volta, non sta accusando
noi! La sua foga, però, insospettisce e fa riflettere: i buoi,
le pecore, le colombe, sono lì per il culto, 'servono' all'uomo
per farne offerta al suo Dio! Anche i cambiavalute sono lì
per fornire le monetine giuste, quelle che vanno bene per l'obolo!
Tutte cose 'buone' dunque
eppure Gesù vede in esse il
segno di una modalità non corretta dell' "andare al tempio",
un rischio così grave che deve essere allontanato con forza
e decisione.
Non se ne stupirono i discepoli, che si ricordarono che sta scritto
"Lo zelo per la tua casa mi divora" (Sal 69,10)
(Gv 2,17) e riconobbero nelle sue azioni l'amore geloso per la Santità
di Dio e, quindi, per il luogo della Sua presenza tra gli uomini:
un amore così intenso che ogni torto, ogni violazione fatta
a quel luogo è avvertita come intollerabile, quasi patita personalmente.
Un amore così intenso che l'uomo del salmo 69 per esso sopporta
l'insulto, la vergogna, si estenua nel digiuno, diventa oggetto di
scherno e dileggio, patisce ogni pena e umiliazione
sostenuto
dalla certezza che benefica è la grazia del Signore
e che la sua preghiera sarà più gradita delle migliori
offerte: Loderò il nome di Dio con il canto / lo esalterò
con azioni di grazie, / che il Signore gradirà più dei
tori, / più dei giovenchi con corna ed unghie (Sal 69,31-32).
Un
canto più gradito di un sacrificio rituale, per quanto forti
e belli siano gli animali sacrificati, perfetti!
Non perché il sacrificio non sia buono, dunque, ma perché
non è l'atto in sé del sacrificio quello che conta,
perché il culto non si può ricondurre e ridurre ad un
atto esterno, vuoto di significato, sganciato dalla vita e da una
fedeltà all'Alleanza che trasforma la vita.
Le parole di Gesù allora sono un invito a recuperare un culto
puro, una semplicità ed autenticità di rapporto con
Dio a cui già i profeti avevano più volte richiamato
il popolo: Voi confidate in parole false e ciò non vi gioverà:
rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare
incenso a Baal, seguire altri dei che non conoscevate. Poi venite
e vi presentate alla mia presenza in questo tempio che prende il nome
da me dite 'Siamo salvi!' per poi compiere tutti questi abomini. E'
forse una spelonca di ladri ai vostri occhi questo tempio? (Ger
7, 8-11).
I discepoli hanno visto ed hanno ricordato ed il loro ricordo ha permesso
ai loro occhi di vedere meglio, di andare oltre, di riempire di senso
ciò che vedevano. E se anche noi guardiamo alla scena con questi
occhi vedremo che ogni volta che pensiamo che offrire l'animale più
bello e versare l'obolo previsto basti per essere graditi a Dio, ogni
volta che pensiamo che sia l'atto in sé dell'offerta ad essere
gradito al Signore, anche noi trasformiamo la Sua casa in mercato.
E non potremo più non sentirci coinvolti e chiamati in causa
direttamente, messi in crisi e provocati alla verifica della verità
del nostro "andare al tempio".
Ma le provocazioni non sono ancora finite.
Il racconto della purificazione del tempio infatti, nel secondo capitolo
del Vangelo di Giovanni, precede un altro episodio, del quale costituisce
la premessa e l'occasione. I Giudei che hanno assistito alla scena
pretendono da Gesù un segno, qualcosa che spieghi, autorizzi,
legittimi il suo comportamento; la risposta di Gesù alla provocazione
pare assurda: Distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò
risorgere (Gv 2,19). Ricostruire in tre giorni ciò che
è stato costruito in 46 anni?! Nessuno dei presenti in quel
momento capisce, ma l'evangelista interviene con un commento che ci
anticipa che un tempo per la comprensione è poi venuto:
Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato
dai morti i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo e
credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù (Gv
6, 22).
Ancora una volta la capacità di ricordare ha permesso ai discepoli,
nel momento cruciale della Resurrezione, di dare pieno senso alla
parola di Gesù, di rileggere alla luce del nuovo evento l'episodio
del passato, facendo sì che i due momenti si richiamassero
ed illuminassero tra loro. E da questo è scaturita la fede
(credettero) nel corpo del Risorto come tempio, come luogo
della presenza di Dio con l'uomo.
E non è uno spazio astratto, lontano, impraticabile, ma più
vicino di quanto non si pensi. Ce lo suggerisce la prima Lettera ai
Corinzi: Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?
O non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo
che è in voi e che avete da Dio e che non appartenete più
a voi stessi?
Glorificate dunque Dio nel vostro corpo (1Cor
6,15.19-20).
Non sono parole facili, sono avvolte da un affascinante e sconcertante
senso di mistero.
L'uomo, la vita del cristiano e della Chiesa luogo di presenza di
Dio, tempio a cui accostarsi con il rispetto con cui ci si accosta
a ciò che è 'santo', da non trasformare in un mercato
(Prenderò dunque le membra di Cristo e ne farò membra
di una prostituta?, 1Cor 6,15).
Verificare la "verità" del nostro "andare al
tempio" è allora molto di più che verificare la
correttezza formale dei nostri atti di culto, ed è molto di
più che assicurarsi della nostra sincera disposizione d'animo
nel momento in cui ci rivolgiamo al Signore; verificare la "verità"
del nostro "andare al tempio" è verificare la "verità"
del nostro essere Chiesa, del nostro essere uomo e del nostro avvicinarci
all'uomo, a qualsiasi uomo, nella consapevolezza che abbiamo a che
fare con una realtà-tempio e che viverla è la nostra
continua liturgia.
Maria
Enza & Luigi Perono
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