...Sotto
il fico
30.11.03
- La venuta del Figlio dell'Uomo (I Dom. di Avvento 2003)
"Questo
brano ci introduce nei temi tipici dell'Avvento: l'attesa, la venuta
del Salvatore, la vigilanza.
Ad una prima lettura questa prospettiva di grandi segni e catastrofi
che caratterizzeranno gli ultimi tempi, di uomini che muoiono o che
vivono nella paura per il futuro di ciò che dovrà accadere
nel momento della venuta del Figlio dell'Uomo (Lc 21,26), ci lascia
perplessi ed un po' spaventati, ma l'annuncio "la vostra liberazione
è vicina" (Lc 21,28), ridà vita alla speranza.
Forse ci sta parlando non solo degli ultimi tempi, ma anche di quelli
attuali: già ora viviamo spesso nel non-senso e nella paura
e già nell'oggi il Figlio dell'Uomo è venuto a liberarci;
l'attesa e la speranza non riguardano solo un tempo futuro di cui
non conosciamo bene i confini, ma anche il presente. In fondo, quando
nella nostra vita le cose vanno male, quando le preoccupazioni ci
sovrastano, quando perdiamo la speranza e l'ansia per il futuro ci
attanaglia è come se fossimo arrivati al nostro limite e alla
fine. Di fronte a ciò l'indicazione del Vangelo è chiara:
"alzatevi e levate il capo" (Lc 21,28), non ripiegatevi
su voi stessi, guardate più lontano, allargate i vostri orizzonti,
guardate alla vostra Liberazione che è vicina. Quante volte
perdiamo di vista ciò che è importante ed essenziale,
perché siamo presi da piccole cose, indaffarati in mille attività
che occupano le nostre energie e giornate e ci lasciano alla superficie;
se guardassimo più spesso in alto affronteremmo in modo diverso
anche le cose quotidiane. E il motivo fondamentale della nostra speranza
è questo: "la vostra liberazione è vicina"
(Lc 21,28). Il Signore non ci lascia per molto tempo nell'aridità
e nella prova, ma soprattutto, Lui è vicino a noi, è
venuto a condividere con noi questi momenti.
Il brano prosegue invitandoci ad essere pronti ad accogliere la venuta
del Signore.
Ancora mi viene da pensare alla venuta del Signore come alla fine
dei nostri giorni (pensiero forse poco natalizio); ma chi di noi può
dirsi pronto ad accogliere questo momento? In effetti viviamo sempre
nell'illusione che la morte, come fatto estremo, ma anche le malattie
o gli eventi dolorosi riguardino gli altri e non noi, e quando ci
colpiscono in prima persona restiamo stupiti ed increduli, subito
ci chiediamo "perché io?" come se dovessimo esserne
preservati. E' umano ribellarsi e gridare all'ingiustizia, è
facile in quei momenti "perdere la fede", e dunque non essere
pronti "a comparire davanti al Figlio dell'uomo"(Lc 21,36).
Confrontarci con il pensiero della morte, non per deprimerci o farci
stare in ansia, può aiutarci a ridare il giusto peso e valore
alle "cose" della nostra vita: agli affetti, alle aspirazioni,
ai beni materiali, alle paure,ecc.
Ma forse la venuta del Signore è anche da intendere come evento
più normale e più semplice, è il suo passaggio
nella vita di ogni giorno, nelle relazioni e nelle attività
quotidiane (non ci ha detto "Io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo"?, Mt 28,20). Ed anche di fronte a questa
venuta, allo stesso modo, occorre essere svegli e preparati.
Qual è la via che il Vangelo ci indica per essere pronti ad
accogliere queste "venute"? Quale atteggiamento di attesa
è più utile? Ecco la risposta: "Fate attenzione
che i cuori non si appesantiscano in affanni della vita e poi vegliate
e pregate in ogni momento" (Lc 21,34).
Forse il messaggio è: la fede non si improvvisa e la preghiera
non può essere istantanea, fugace, o l'espressione di un bisogno
del momento. Solo un cammino costante e perseverante nel tempo, nella
fiducia e nella preghiera, cambia il nostro cuore e ci dà la
forza per affrontare la vita.
Se nella quotidianità facciamo piccole esperienze in cui viviamo
le difficoltà con Lui, plasmandoci secondo Sua Parola, saremo
più pronti ad affrontare le grandi avversità della vita.
Se impariamo ogni giorno a riconoscere la Sua presenza e la Sua azione
nella trama concreta e quotidiana della nostra esistenza, non tarderemo
a riconoscerLo quando verrà.
Se la preghiera giungerà ad impregnare ogni momento della nostra
vita, creerà in noi un cuore nuovo, umile e fiducioso, e piano
piano ci distoglierà da noi stessi e ci insegnerà ad
appoggiarci unicamente su Dio. Arriveremo a pregare con J. Lafrance:
"l'essenziale non è che Tu dia risposta alle nostre domande,
ma che Tu stesso sia la nostra risposta, perché Tu sei via
verità e vita".
Questo
discorso mi richiama un episodio personale accadutomi un anno fa,
che voglio condividere con voi. Stavo comprando un'auto nuova ed ero
piuttosto arrabbiata perché il concessionario non la trovava
di colore rosso come volevo io; mentre stavo pensando con preoccupazione
a come avrei potuto fare, e stavo "appesantendo il mio cuore"
con pensieri sull'inaffidabilità ed incapacità della
gente, ho ricevuto una telefonata in cui sono venuta a sapere che
in un incidente d'auto era morto il marito di una mia amica, padre
di due bambini piccoli. Dopo un primo momento di incredulità,
in cui mi sono vergognata di me stessa e in cui avrei voluto cancellare
quei pensieri assurdi che avevo fatto, ho guardato con occhio e cuore
diverso alla mia vita, alla sua fragilità e precarietà,
ma anche sua preziosità e bellezza, in ogni momento e in ogni
persona che mi è donato di incontrare. Dopo qualche tempo e
pur con profondissimo dolore, la mia amica mi ha mandato un biglietto
con scritte queste parole: "quella che il bruco chiama fine del
mondo, il resto del mondo chiama farfalla"
Carla
Marinetti