10.05.03
- Uno di noi, Giuseppe, ora abita nella Gerusalemme celeste
Il
mattino di sabato 10 maggio Sorella Morte è giunta improvvisa
a bussare alla porta di Giuseppe Dorigo, nostro fratello, stimato
e amato. Poco più di un mese fa abbiamo festeggiato il
primo anno di servizio insieme nel Commissariato di Terra Santa
che serviva soprattutto come guida dei pellegrinaggi. Era presente
con discrezione e competenza anche in altri momenti del suo
servizio. In ogni circostanza potevamo contare sulla sua serietà
di impegno unita ad una contagiosa allegria.
Giuseppe
ci ha lasciati consegnandoci senza volerlo una eredità
decisamente ricca.
La
voglia di vivere. Raggiunta la pensione, ha voluto "ricominciare
daccapo", dedicandosi, in perfetto accordo con sua moglie
e i suoi figli, alla Terra Santa che aveva iniziato a conoscere
alcuni anni prima come pellegrino.
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Così
si mise a frequentare corsi biblici e patristici, iniziò lo
studio dell'arabo e dell'ebraico
Questa
svolta nella vita era la sua risposta vissuta al Vangelo che ascoltava
e pregava con fede profonda. Aveva una grande nostalgia della Terra
delle sue radici cristiane che non cessava di amare. Era davvero conquistato
dallo stupore di apprendere, col desiderio vivo di restituire alla
sua famiglia e alla Chiesa le bellezze che scopriva e ammirava.L'amore
per la Terra Santa. Affinando le sue conoscenze teoriche e approfondendole
sul campo, senza stancarsi di porre domande, il suo pellegrinaggio
alla Terra di Gesù si era fatto servizio. Centinaia di pellegrini,
soprattutto durante l'Anno del Giubileo, hanno potuto stimare la competenza
e la passione con cui riusciva a far "parlare le pietre".
Nel nostro ultimo viaggio a Gerusalemme (novembre 2002), pochi giorni
prima di rientrare in Italia già pensava a quando sarebbe stato
il prossimo viaggio
Lo stile del servizio. Conoscendolo poco alla volta più da
vicino, anche attraverso le sue discrete confidenze, compresi in quale
scuola aveva imparato a servire: i suoi genitori. Quanto aveva imparato
era diventato per lui tesoro da restituire. Cosa che faceva ormai
in modo semplice quanto naturale. Un tratto del suo servire era forse
più evidente e straordinario: la signorilità. Con essa,
fatta di discrezione umile, di gratuità silenziosa, di attenzioni
rispettosissime, Giuseppe sapeva sostenere, offrire e ricevere, prevenire
ed accorrere. Il suo sorriso luminoso unito all'allegria contagiosa
dava il colore della speranza e della serenità in ogni momento.
| Le
porte della Gerusalemme Celeste si sono aperte a Giuseppe: le ha
attraversate con passo confidente. Ora può percorrere quelle
vie luminosissime e gustarne la bellezza splendente; il suo sguardo
può abbracciare davvero la Città Santa e la sua mano
ci indica qual è la meta del nostro pellegrinaggio terreno.
Abbiamo
perso e ritrovato un fratello. L'abbiamo perso, perché
il suo sorriso ora ci è visibile solo con gli occhi del
cuore. L'abbiamo ritrovato, perché ora guida il nostro
operare e i nostri pellegrinaggi con la sua intercessione presso
il Signore della Gloria. Nella fede, e pur nell'umana e affettuosa
tristezza, riconosciamo che la sua presenza tra noi è misteriosamente
più preziosa.
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Carissimo
Giuseppe, possiamo pregare per te, figlio delle colline e della montagna,
con le parole del canto che cantavamo? "Dio del cielo, Signore
delle cime, su nel paradiso lascialo andare per le sue montagne
Santa Maria, Signora della neve, copri col tuo candido mantello il nostro
amico, il nostro fratello
".
Fra
Giorgio, con Chiara e Silvana
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