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il fico
06.01.04
- La Pasqua della Natività (Epifania 2004)

Natività di Novgorod
Che
cosa ti offriremo o Cristo, nostro Dio,
per essere apparso sulla terra assumendo
la nostra stessa umanità?
Ogni creatura da te plasmata ti offre
qualcosa per renderti grazie.
Gli angeli ti offrono il canto, i cieli
ti offrono la stella,
i magi presentano doni,
i pastori il loro ingenuo stupore,
la terra prepara una grotta,
il deserto, invece, una greppia;
e noi ti offriamo una Madre Vergine.
Signore, che esisti
prima che il tempo esistesse,
abbi pietà di noi.
(Tropario di Natale)
Nell'Incarnazione,
come medita il Prologo del vangelo di Giovanni, la Parola Eterna si
fa volto, Presenza visibile che si offre alla contemplazione adorante
degli uomini.
La materia, segnata , dopo la disubbidienza dei progenitori, dalla
fragilità e dalla morte, diventa il luogo privilegiato dell'Epifania,
della Manifestazione dell'amore di Dio per i figli dispersi. I cieli
si aprono per "far piovere il Santo" (Isaia) su una terra
che attende essa stessa, come dice Paolo, di essere redenta e ricreata.
In Cristo si compie il disegno del Padre di ricapitolare in Lui tutte
le cose (Ef 1,10). La Grazia di Dio viene ad inondare la creazione.
Nella tradizione delle chiese orientali, il Mistero della presenza
di Dio in mezzo al suo popolo si esprime nell'azione liturgica attraverso
due momenti, due segni che si completano reciprocamente: la Parola
e l'Icona.
Il ritmo delle feste liturgiche, che scandisce annualmente la contemplazione
della storia della salvezza, unisce alle pagine dei Profeti e degli
Evangelisti, un repertorio di immagini sacre che sono offerte alla
meditazione e alla venerazione dei fedeli.
Attraverso il rituale della consacrazione e l'intercessione della
chiesa, l'icona è istituita nella sua funzione liturgica e,
dunque, nel suo "ministero teofanico": ciò che il
Vangelo dice con la Parola l'icona lo annuncia con i colori e le forme
"e lo rende presente".
Nel tempo di Natale, che stiamo vivendo, siamo invitati a posare e
a purificare il nostro sguardo sull'icona della Natività, la
cui composizione primitiva risale probabilmente all'immagine tracciata
nella chiesa costruita da Costantino a Betlemme.
Il contenuto dogmatico della festa appare precisamente rappresentato:
prima di tutto c'è Dio nel suo movimento discendente, di abbassamento,
che gli fa assumere la carne di un Figlio d'Uomo; poi viene il miracolo
della maternità verginale grazie al quale, nel "sì"
di Maria, la creatura genera il Creatore; infine si intuisce il fine
della "filantropia", dell'amore divino: la liberazione e
la deificazione dell'uomo.
Ma procediamo con ordine, rispettosi dell'equilibrata struttura compositiva
dell'immagine.
In alto, il Triangolo sacro emana, attraverso un unico raggio (l'essenza
una di Dio), la forma leggera, quasi accennata, di una colomba, che
risalta luminosa su fondo scuro: è lo Spirito che risponde
alla preghiera profetica "se tu squarciassi i cieli e scendessi!"
(Is 63,19). Ma dalla colomba (o stella?) la luce si rifrange triplice,
ad indicare la partecipazione delle Tre Persone all'economia della
salvezza. Lo Spirito è gioia che si comunica, la Trinità
si piega sul cosmo per ricondurlo a sé, Dio viene sulla terra
per far risalire l'uomo al cielo!
Un movimento plastico unisce le figure a partire dall'estrema destra,
in basso: Isaia, vestito di peli di cammello, rappresenta tutta la
schiera dei profeti che hanno obbedito al dinamismo dello Spirito
e preparato l'avvento del Signore; la sua posizione verticale traccia
una strada tra il cielo e la terra, è "posizione escatologica".
La mano destra di Isaia indica il bambino, un bambino vero, che sta
per essere bagnato dalla levatrice; accanto a lui un tronco da cui
spunta un rampollo verdeggiante richiama la profezia messianica :"un
germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà
dalle sue radici
" (Is 11,1-2).
Lo stesso bambino è, però, rappresentato in fasce (o
bende funebri?) nella sezione centrale dell'icona, in una greppia
che assomiglia ad un sepolcro, dietro il quale un bue e un asino si
stagliano su una zona tenebrosa, il punto più oscuro della
tavola. Leggiamo nell'antifona delle lodi della III domenica d'Avvento:
"viene il Signore
farà luce nel segreto delle tenebre"
e nel Benedictus "verrà a visitarci dall'alto un sole
che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra
della morte
".
Il triangolo scuro della grotta, tanto simile al sepolcro vuoto della
domenica di Pasqua, simboleggia le viscere tenebrose della terra,
cioè l'inferno: per divenire "cuore della creazione",
Gesù deve penetrare l'abisso, lasciarsi precipitare nella voragine
stessa del male e da lì risottometterlo a Sé.
Nella rappresentazione del Cristo che nasce sono già riassunte
dunque misticamente la sua morte, la discesa agli inferi e la sua
vittoriosa Resurrezione. Qui è la ragione ultima dell'Incarnazione,
come prega la liturgia orientale: "Tu sei disceso sulla terra
per salvare Adamo e, non avendolo trovato, o Signore, sei andato a
cercarlo fino all'Inferno"(Mattutino del Grande Sabato).
Fin d'ora i magi prefigurano le donne che si recheranno al sepolcro
con gli aromi; portano "oro puro come al Re dei secoli, incenso
come al Dio dell'universo, mirra a Lui, immortale, come a un morto
di tre giorni" (Vigilia della Natività).
La presenza del bue e dell'asino vicino alla mangiatoia, ben lontana
dal costituire un elemento naturalistico o idilliaco, rimanda ancora
ad Isaia: "Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia
del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende"
(Is 1,3).
Fuori dalla grotta, rivestita dalla porpora regale, è distesa
la Theotokos, la Madre di Dio.
La testa poggiata su una mano, appare perduta nella contemplazione
del Mistero ("serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore;
Lc 2,19); ella non guarda il bambino, ma sembra abbracciare con lo
sguardo tutti noi. Maria è colei in cui l'umanità intera
ha pronunciato il "sì" necessario alla salvezza;
come ricorda Nicola Cabasilas (Omelia sull'Annunciazione), "l'Incarnazione
fu non soltanto l'opera di Dio, ma anche l'opera della volontà
e della fede della Vergine. Senza il consenso della Purissima, senza
il concorso della sua fede, quel disegno era altrettanto irrealizzabile
che senza l'intervento delle Tre Persone divine. Dio la prende per
Madre e prende da lei la carne che lei stessa vuole donargli".
A sinistra in basso c'è Giuseppe, immerso in una profonda meditazione.
Il suo isolamento nello schema compositivo denuncia con chiarezza
che non è il padre del bambino.
Egli, ci ricorda la Scrittura, fu assalito dal dubbio, per un momento
esitò a prendere parte al misterioso disegno di Dio che già
si realizzava in Maria. Il suo turbamento prende forma nella figura
diabolica di pastore che gli sta davanti. Nella persona di Giuseppe
l'icona racconta un dramma universale, che attraversa tutti i secoli:
il Tentatore afferma che non ci sono altre dimensioni oltre quella
visibile, non ci sono altre leggi che quelle di natura, negando l'intervento
del Trascendente.
In alto i magi, a cavallo, avanzano leggeri: la Sapienza di Dio si
apre al di là dei confini di Israele; la "Luce che viene
nel mondo" cerca nuovi adoratori
A completare la sinfonia delle forme, gli angeli, in abito rosso risplendente
d'oro (riflesso della divinità di cui sono esecutori), incorniciano
gli angoli superiori della scena; li troviamo ritratti in due atteggiamenti
distinti che riassumono il loro ministero cosmico: a sinistra, tre
di loro sono rivolti verso l'alto nell'azione di lode incessante che
si esprime nella liturgia celeste; sulla destra, invece, uno si china
verso la figura umana per trasmettere la Lieta Notizia e quasi in
atto di protezione: è l'angelo custode
che vigila su
ogni uomo che attende la redenzione dal Bambino di Betlemme.
Mariangela
Antifora
[Per
continuare la meditazione con l'aiuto delle icone: P. N. ENDOKIMOV,
Teologia della bellezza, ed. Paoline; E. SENDLER, L'icona, immagine
dell'invisibile, ed. Paoline; L. SESINO, Sapersi amati, Effatà
editrice.]