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23.03.08
- La Pasqua nei primi secoli cristiani
Alle
origini della parola
La
parola "pasqua" (pascha in greco e latino) è
una traslitterazione dell'aramaico pasha che corrisponde all'ebraico
pesach.
L'etimologia di questa parola ebraica è incerta, ma pare che
il suo significato fondamentale sia "passare oltre". Gli antichi
amavano molto riflettere sul senso delle parole, anche se non sempre
in modo rigorosamente scientifico. Anche i Padri della Chiesa si sono
soffermati su questa questione assumendo posizioni diverse tra loro.
Un primo gruppo di Padri - generalmente di tradizione asiana, come Melitone
di Sardi, Ireneo, Ippolito, Tertulliano - collegano il termine pascha
con il verbo greco páschein, soffrire, riferendolo
quindi alla passione (páthos) di Cristo. Benché
piuttosto ingenua, questa spiegazione coglie però quello che
era il senso giudaico della pasqua. In effetti nel giudaismo "pasqua"
era diventato sinonimo di agnello pasquale, da cui le espressioni "immolare
la pasqua", "mangiare la pasqua", che troviamo anche
nel Nuovo Testamento (Mt 26,17; Mc 14,12; Gv 18,28). Questa spiegazione
mette in risalto il senso tipologico dell'agnello ponendo l'accento
sulla passione del Signore nel suo significato salvifico. Da qui il
tema della Pasqua come salvezza (sotería).
Un secondo gruppo (gli alessandrini, con Origene e la maggioranza dei
Padri orientali e occidentali) trova un'etimologia più esatta
nel termine "passaggio" (diabasis, transitus). Soggetto
diventa il popolo che "passa" dalla schiavitù dell'Egitto
alla Terra promessa attraverso il Mar Rosso. In questo caso viene sottolineata
la tipologia battesimale, poiché con il battesimo si "passa"
dalla schiavitù del peccato e dei vizi e si entra nella Chiesa.
Applicata a Cristo, questa etimologia indicherà il suo "passaggio"
da questo mondo al Padre, e quindi la sua passione-risurrezione, secondo
le parole di Agostino.
Un terzo gruppo, più esiguo (scrittori di area palestinese-antiochena,
come lo pseudo-Origene, Apollinare di Laodicea, Teodoreto di Ciro, Procopio
di Gaza), intende pascha come "passar-oltre" (hypérbasis)
e pone come soggetto "l'angelo sterminatore" che, vedendo
il sangue dell'agnello, "passa oltre" le case degli Ebrei,
procurando loro la salvezza. Oppure è Cristo stesso che, con
la sua passione e risurrezione, è "passato oltre" i
limiti della morte e comunica questo dono ai credenti in lui. "Cristo
- scrive Apollinare di Laodicea - non ha mangiato la pasqua, ma è
diventato egli stesso quella Pasqua, il cui compimento è nel
Regno di Dio, quando passa oltre definitivamente la morte: ciò
infatti indica la parola pasqua, che significa passar oltre" (Commento
a Matteo, frammento 130).
La
pasqua dei primi secoli. Un big bang alle origini della Chiesa
Ci
fu un'epoca nella vita della chiesa in cui la Pasqua era, per così
dire, tutto. Non solo perché essa commemorava, senza spartirla
con nessun'altra festa, l'intera storia della salvezza dalla creazione
alla parusia, ma anche perché essa era il luogo di formazione
di alcune componenti essenziali nella vita della comunità: la
liturgia, l'esegesi tipologica, la catechesi, la teologia e lo stesso
canone delle Scritture" (R. Cantalamessa).
In effetti, se si esaminano le origini dell'esperienza cristiana, la
Pasqua ci appare come una specie di Big Bang che racchiude nel suo densissimo
nucleo quel patrimonio teologico e liturgico della chiesa che solo progressivamente
si andrà articolando nella serie delle componenti che costituiscono
le tappe del mistero cristiano e, insieme, dell'anno liturgico.
Essa, però, rappresenta anche uno dei più nitidi raccordi
del cristianesimo con la sua matrice giudaica e, al tempo stesso, uno
degli esempi più perspicui delle modalità di affrancamento
del primo dalla seconda attraverso un processo di (ri)elaborazione e
(ri)fondazione autonome.
Infine, la Pasqua è anche uno dei casi più fruttuosi di
ritorno all'antico e di ricorso ai Padri: infatti, la riforma liturgica
- con la connessa ricomprensione teologica - della Pasqua e della Settimana
santa, introdotta in questo secolo a partire dagli anni cinquanta e
ratificata dal Concilio Vaticano II, poggia interamente sulla riscoperta
e sul recupero della significazione teologica e liturgica della Pasqua
della chiesa antica dopo un'eclissi di secoli.
Pasqua
cristiana e pasqua giudaica - la continuità
Pasqua
è una festa che il cristianesimo assume dal giudaismo, ove commemorava
(secondo il rito codificato in Es 12) la liberazione del popolo di Israele
dalla schiavitù d'Egitto. Un primo legame con la Pasqua cristiana
è di ordine storico, in quanto gli eventi che i cristiani da
subito avvertirono come decisivi per la loro fede, ovvero la passione
morte risurrezione di Gesù, si situarono nel quadro della celebrazione
della "Pasqua dei giudei" (come la chiama l'evangelista Giovanni)
di un anno 'che poté essere il 29 d.C. Ma naturalmente questo
legame puramente esteriore non è sufficiente a giustificare l'importanza
assunta dalla Pasqua nella chiesa antica; è legittimo ritenere
che esso, come tale, avrebbe lasciato campo libero a un'altra direttrice,
questa sì specificamente e originariamente cristiana, che pure
vediamo spuntare prestissimo: quella della Domenica, il "giorno
del Signore" (Ap 1,10), giorno della risurrezione di Cristo (Mc
16,2 e paralleli), perno già in età apostolica di una
"liturgia" settimanale dei cristiani (At 20,7; 1 Cor 16,2)
che si configura come banchetto eucaristico con il risorto (cf. già
Gv 20,19 e 20,26: "Otto giorni dopo").
Invero, esiste una teoria che radica la Pasqua cristiana in questa direttrice
della Domenica come festa della risurrezione, rispetto alla quale la
Pasqua annuale sarebbe una emanazione secondaria come "grande Domenica
dell'anno" (festa anniversaria della risurrezione), ma, quantunque
il legame tra Pasqua e Domenica tenda a farsi sempre più stretto,
molti elementi depongono a favore di un rapporto di continuità
e di filiazione tra la Pasqua giudaica e la primitiva Pasqua cristiana,
la quale solo in un secondo momento, in forza anche delle spinte antigiudaiche,
si sarebbe portata sul tratti distintivi della Domenica.
Tra questi elementi vi sono il nome, la data e la struttura liturgico-teologica
della festa. Il nome Pascha (rimasto sia in greco che in latino)
deriva dalla forma aramaica dell'ebraico Pesach; la data (mobile)
della festa, anche quando questa si localizzerà sulla domenica,
rimarrà comunque legata alla data della Pasqua giudaica (il 14
- quindi al plenilunio - del mese lunare di Nissan, tra marzo e aprile)
come risultante di tre coordinate: essa cadrà la domenica dopo
il plenilunio successivo all'equinozio di primavera (ovvero la domenica
dopo la Pasqua giudaica), quindi tra il 22 marzo e il 25 aprile.
Questi elementi verranno teologicamente valorizzati dai Padri: la Pasqua
è giorno di luce ininterrotta, in cui la luna piena, nell'equinozio,
subentra di continuo alla luce del sole a segnalare un giorno senza
tramonto; essa inoltre raccoglie il simbolismo della rinascita del mondo
a primavera, dopo i rigori dell'inverno (= il peccato e la morte), e
- in dipendenza dall'associazione tra primavera e creazione - diviene
sinonimo di nuova creazione, di una palingenesi che coinvolge l'universo
intero.
Quanto alla struttura liturgica, l'antica celebrazione della Pasqua
cristiana come unica veglia la notte del 14 Nissan (Pasqua quartodecimana)
o la notte tra sabato è domenica (Pasqua domenicale) non si spiega
con la prassi cristiana ma con l'indicazione e la prassi biblico-giudaica
della Pasqua come "notte di veglia per il Signore" (Es 12,42:
Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti
gli Israeliti, di generazione in generazione"). In questa notte
il Targum di Es 12,42 fa cadere la sequenza di quattro eventi cardine:
è la notte della creazione, quella del sacrificio di Isacco,
quella appunto della liberazione dall'Egitto e quella futura dell'avvento
messianico.
Nelle letture bibliche e nella prospettiva teologica antica veglia pasquale
cristiana ha mirabilmente conservato questa struttura storico-salvifica
racchiusa tra creazione ed escatologia. In particolare essa mantiene
il carattere fortemente dinamico della soteriologia dell'Esodo, fondata
sul passaggio da una situazione di perdizione a una di salvezza. Lo
mostra il fatto che una delle più antiche omelie pasquali cristiane
riprende pressoché alla lettera, applicandolo a Cristo, un passaggio
che la haggadah pasquale giudaica (precisamente Pesachim
10, 5) riferisce a YHWH: "Egli è colui che ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà, dalle tenebre alla luce,
dalla morte alla vita, dalla tirannia al regno eterno... Egli è
la Pasqua della nostra salvezza" (Melitone di Sardi, Sulla Pasqua
68-69).
In
questa prospettiva la più antica Pasqua cristiana appare essere
la Pasqua detta "quartodecimana", che del Pesach giudaico
conservava anche la data del 14 Nisan, mentre la Pasqua "domenicale"
non rappresenterebbe che una fase successiva, dettata dall'esigenza
di distinzione dal giudaismo e dalla forza attrattiva della domenica
di risurrezione. Ma è possibile anche che le due tradizioni risalgano
a due distinti filoni del giudaismo, ovvero che la Pasqua quartodecimana
sia la ripresa cristiana del Pesach (e quindi più propriamente
la "Pasqua"), e che invece la Domenica di risurrezione corrisponda
alla festa dell'Omer (ovvero delle primizie), primo dei cinquanta giorni
(Pentecoste) della festa delle Settimane, che in base a Lv 23,11 il
calendario sacerdotale in uso a Qumran faceva cadere "il giorno
dopo il sabato" successivo al 14 Nisan.
Va ricordato, in proposito, come Paolo evochi il tema della "primizia"
in rapporto alla risurrezione di Cristo (1Cor 15,20.23) o come risurrezione
e festa dell'Omer risultino collegate ad esempio nello scritto Sulla
Pasqua di Clemente Alessandrino (framm. 28). "Ciò che chiamiamo
Pasqua è in realtà l'inizio della Pentecoste" (J.
van Goudoever): a sostegno va citata anche la strettissima correlazione
che nei primi secoli lega la Pentecoste alla Pasqua di risurrezione,
di cui costituisce una specie di cassa di risonanza da celebrare come
un'unica "grande Domenica".
Pasqua
giudaica e pasqua cristiana - la discontinuità
Il
nesso tra Pasqua giudaica e Pasqua cristiana si situa a un livello ben
più profondo della coincidenza cronologica, ovvero nella comprensione
dell'evento Cristo in chiave storico-salvifica attraverso la griglia
di lettura fornita dalla Pasqua storica dell'Esodo, memoriale del riscatto
del popolo di Israele dalla schiavitù d'Egitto. Qui troviamo
le ragioni non più solo della continuità tra la Pasqua
di Israele e quella della chiesa, ma anche e soprattutto dello scarto
che separa la seconda dalla prima, scarto la cui misura è data
dalla tipologia, cioè dalla struttura binaria che ora taglia
l'intera storia dell'umanità e che ha il suo punto discriminante
in Cristo.
La realtà non è più univocamente orientata e determinata,
ma è ora suddivisa in due versanti (due "economie'), quello
della figura (typos) e quello della verità, quello dell'immagine
e quello della realtà, quello del preannuncio e quello del compimento,
quello della Legge e quello del Verbo. Tutto questo presuppone che le
realtà della storia di Israele perdano consistenza propria e
assumano significato solo in rapporto a Cristo. Questo trasferimento,
quanto alla Pasqua di Es 12, è già presente nella perentoria
proclamazione dell'Apostolo Paolo: "Cristo, nostra Pasqua (Pascha
nostrum) è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non
con il lievito vecchio né con lievito di malizia e di perversità,
ma con azzimi di sincerità e di verità" (1Cor 5,7-8)
Qui gli elementi rituali della Pasqua di Es 12 appaiono risignificati
e trasferiti su Cristo come Pascha, qui da intendere nel senso
di "agnello pasquale" immolato, l'agnello il cui sangue valse
agli ebrei la salvezza dal flagello di sterminio" con cui Dio colpì
l'Egitto (Es 12,7-13). Anche il Vangelo di Giovanni legge la morte di
Cristo in croce (il giorno di Pasqua, nell'ora in cui nel tempio i sacerdoti
uccidevano gli agnelli) come immolazione dell'agnello pasquale, al quale
"non sarà spezzato alcun osso" (Es 12,46, citato in
Gv 19,36).
Anche altrove nel Nuovo Testamento - in particolare 1Pt 1,19 ("foste
liberati ... con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza
difetti e senza macchia": cf. Es 12,5; ma anche 1Pt 2,9: "Vi
ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce", da confrontare
con Pesachim e Melitone) - si segnalano tracce di una haggadah
pasquale cristiana, cioè di una illustrazione/spiegazione
del significato della Pasqua (era una delle componenti del rito ebraico)
in una prospettiva cristologica. Questa haggadah diviene la struttura
stessa delle più antiche omelie pasquali cristiane, che poggiano
sulla trasposizione tipologica delle prescrizioni di Es 12, la cui lettura
durante la liturgia è esplicitamente attestata.
Ma sono gli stessi racconti evangelici della passione a mettere in risalto
la natura "pasquale" del sacrificio di Cristo (e non stupirà,
dunque, che per l'intero Vangelo di Marco - definito, com'è noto,
un racconto della passione con una lunga introduzione - sia stata avanzata
l'ipotesi di un'origine come haggadah pasquale "cristiana").
Non è escluso, anzi, che proprio questa comprensione - e la sua
traduzione liturgica nelle prime comunità cristiane - si sia
imposta sul resoconto storico-cronachistico degli eventi della passione
e sia quindi all'origine della discordanza cronologica tra i racconti
sinottici e quello di Giovanni. Per quest'ultimo, come abbiamo visto,
Gesù muore il 14 del mese di Nisan, giorno della Pasqua giudaica
(Gv 18,28: i giudei non entrano nel pretorio "per non contaminarsi
e poter mangiare la Pasqua"); per i Sinottici, invece, l'ultima
cena di Gesù è per l'appunto un banchetto pasquale tenuto
la sera del 14 Nisan (Mc 14,12-16; Lc 22,15: "Ho ardentemente desiderato
mangiare questa Pasqua con voi prima di patire").
Per Giovanni, dunque, Cristo stesso è l'agnello pasquale immolato,
cui non viene "spezzato alcun osso": questa prospettiva diviene
il motivo guida della primitiva teologia pasquale: "Al posto dell'agnello
il Figlio di Dio" (Melitone, Pseudo Ippolito, Apollinare di Gerapoli);
nella prospettiva dei Sinottici, invece, la risignificazione dell'immolazione
pasquale avviene a livello rituale, nel cenacolo, ma ha comunque come
centro la morte redentrice di Cristo (Lc 22,19: "Questo è
il mio corpo dato per voi: fate questo in memoria di me"). La chiesa
antica ha mantenuto un filone che collega la notte di Pasqua con la
Pasqua-eucaristia dell'Ultima Cena. Canta un inno di Efrem Siro: "Beata
sei tu, o notte ultima, perché in te si è compiuta la
notte d'Egitto. Il Signore nostro in te mangiò la piccola Pasqua
e divenne lui stesso la grande Pasqua: la Pasqua si innestò sulla
Pasqua, la festa sulla festa. Ecco la Pasqua che passa e la Pasqua che
non passa; ecco la figura e il suo compimento".
È stato ipotizzato che i racconti sinottici della cena pasquale
altro non siano che la storicizzazione delle prime liturgie pasquali
dei cristiani, cioè del memoriale con cui i cristiani riconoscevano
nella immolazione in croce di Cristo la nuova Pasqua redentrice del
(nuovo) popolo di Dio. Come che sia, i Sinottici e Giovanni ci ammettono
da punti di inserzione diversi in quella piena circolarità tra
l'evento originario e la sua traduzione/attualizzazione sacramentale
che può forse confondere i termini dell'esatto decorso storico
ma non meno realmente pone la croce e l'eucaristia al centro della Pasqua
dei cristiani.
Il
mistero della pasqua
Come
credo appaia da quanto siamo venuti illustrando, la pasqua non rappresenta
nella chiesa antica esclusivamente - e nemmeno primariamente - la festa
della risurrezione, bensì la festa della salvezza nella sua globalità
e onnicomprensività. 1 termini del mistero pasquale sono i termini
del disegno salvifico di Dio, il mistero di Pasqua è tout- court
il mistero di Cristo, come recita Melitone nella sua omelia pasquale
(§ 65). La Pasqua, proclama lo Pseudo Ippolito, è "Dio
apparso come uomo e l'uomo asceso ai cieli come Dio". Perno di
questo movimento è, casomai, la croce piuttosto che la risurrezione,
secondo una correlazione amplificata dai cristiani attraverso il nesso
etimologico che vollero instaurare tra Pascha e páschein
(in greco patire), cioè tra Pasqua e passione.
Questo nesso, però, si estese fino a mettere in relazione il
patire di Cristo con il patire dell'uomo, dilatando il mistero pasquale
fino alle origini stesse dell'umanità, allorché Adamo
cadde preda del peccato e della morte; a supporto intervenne la stessa
comprensione tipologica della Pasqua storica di Es 12, sotto la cui
figura (liberazione degli ebrei dalla schiavitù d'Egitto e del
faraone) si vide adombrata la realtà del riscatto dell'umanità
dalla schiavitù del mondo e del demonio, facendo della Pasqua
di Israele il paradigma della liberazione dell'uomo dal male e dalla
morte. Dunque, così lo Pseudo Ippolito mirabilmente fonde Pasqua,
croce ed eucaristia: "Questa era la Pasqua che Gesù desiderava
patire per noi. Con la passione ci ha liberati dalla passione, con la
morte ha la morte e per mezzo dei suo cibo visibile ci ha elargito la
sua vita immortale".
Melitone risponde in questo modo alla domanda: cos'è la Pasqua?
"Apprendete dunque chi è colui che patisce (l'uomo) e chi
colui che ha compatito con chi patisce (Cristo) e apprendete perché
il Signore è venuto sulla terra, per rivestire colui che pativa
e trascinarlo verso la sommità dei cieli". I confini della
Pasqua sono quelli della storia della salvezza, il suo baricentro è
la morte redentrice di Cristo.
Origene
Origene
(Sulla Pasqua 1) espressamente si propone di correggere la falsa derivazione
etimologica di Pasqua da passione, che egli riconosce imperante ai suoi
tempi, a favore di quella, basata sull'ebraico, che collega il termine
pasqua a passaggio, e spiega: "Poiché in questa festa il
popolo esce dall'Egitto, conseguentemente essa è chiamata Pasqua,
cioè "passaggio"" (ivi). Per questa via si dischiudono
alla esplorazione cristiana gli ampi spazi della trasposizione allegorica,
già anticipata in ambiente alessandrino dal giudeo Filone: "La
Pasqua dell'anima significa il passaggio da ogni passione e da ogni
realtà sensibile". Vediamo come Origene applica questa concezione
al testo basilare di 1Cor 5,7: "Colui che ha compreso che la nostra
Pasqua, Cristo, è stata immolata e che bisogna celebrare la festa
mangiando la carne del Verbo, non c'è momento che non faccia
Pasqua, che significa passaggio: egli infatti con il pensiero, con ogni
parola e con ogni azione sempre passa dalle cose della vita a Dio e
si affretta verso la sua città" (Contro Celso 8,22).
Origene ribadisce, sempre in riferimento a 1Cor 5,7, che "La Pasqua
è sì figura (typos) di Cristo, ma non della sua
passione. Dobbiamo infatti immolare noi il vero agnello e arrostire
noi e mangiare noi le sue carni: ma se questo non è avvenuto
in occasione della passione del Salvatore, allora la realtà corrispondente
alla Pasqua non è la passione, bensì è la Pasqua
che è figura di Cristo immolato per noi" (Sulla Pasqua
13). Ovvero, per Origene la struttura portante del mistero pasquale
non è quella che collega l'agnello di Es 12 e gli eventi della
passione di Cristo, bensì quella che mette in relazione la celebrazione
storica della Pasqua dell'Esodo e la celebrazione che oggi il credente
è chiamato a fare (si noti l'insistenza sul noi!) cibandosi del
vero agnello e compiendo il vero passaggio della Pasqua.
Gli
sviluppi successivi
Nella
prospettiva origeniana sono racchiusi tutti i principali successivi
sviluppi, teologici, liturgici e sacramentali, della Pasqua cristiana.
Anche se nel caso di Origene è eccessivo dire, come è
stato fatto, che "la cristologia passa dietro l'antropologia",
è innegabile che una concezione secondo cui "la Pasqua del
Signore è il passaggio dalle passioni alla pratica delle virtù"
(così Ambrogio di Milano, grande divulgatore in Occidente dell'esegesi
origeniana) porterà la catechesi e l'omiletica a concentrarsi
piuttosto su tematiche antropologiche e morali, col rischio di perdere
il radicamento cristocentrico
Parimenti, la prospettiva origeniana, che privilegia la Pasqua che oggi
il cristiano è chiamato a celebrare e vivere, alimenterà
l'accentuazione in senso sacramentale che la Pasqua riceverà
soprattutto a partire dal IV secolo, con la strutturazione liturgica
del tempo pasquale e dell'istruzione catecumenale. Battesimo ed Eucaristia
sono valorizzati come "sacramenti pasquali", in particolare
il battesimo come passaggio nell'acqua verso la salvezza, che ha ora,
nella tipologia dell'Esodo, un riscontro privilegiato nel passaggio
del Mar Rosso (Es 14). Scrive Ambrogio: "Cosa c'è di più
opportuno, a proposito del passaggio dei Mar rosso da parte dei popolo
ebraico, che parlare dei battesimo? Gli ebrei che passarono morirono
nel deserto; invece chi passa attraverso questo fonte, cioè dalle
cose terrene alle celesti - questo è infatti il 'passaggio' e
quindi la Pasqua, passaggio dal peccato alla vita, dalla colpa alla
grazia, dalla macchia alla santità - chi passa attraverso questo
fonte non muore ma risorge" (I sacramenti 1,4,12).
La veglia pasquale diviene il momento culminante dell'iniziazione cristiana
e la "notte battesimale dell'anno" (Asterio Sofista la chiama
"la madre dei neobattezzati"). La schiera dei neofiti, che
dal fonte battesimale viene accolta nella basilica con già una
'liturgia della luce" (lucernarium) e viene ammessa alla
comunione eucaristica, rappresenta visivamente la Pasqua-passaggio dalle
tenebre dei peccato alla luce della grazia. In questa prospettiva si
viene strutturando la Quaresima come periodo di preparazione catecumenale,
mentre l'Ottava di Pasqua verrà dedicata all'istruzione mistagogica
dei neobattezzati. Di questo abbiamo circostanziata testimonianza nei
cicli di catechesi battesimali e mistagogiche di Cirillo di Gerusalemme,
Crisostomo, Ambrogio, Agostino.
Dal nucleo originario dell'antica Pasqua vediamo dunque dispiegarsi
un più articolato "tempo pasquale", che comprende la
Quaresima, la Settimana santa e il Triduo, l'Ottava di Pasqua, e celebra
come feste distinte l'ascensione e la Pentecoste. La veglia pasquale
non perde la sua centralità (essa rimane la "madre di tutte
le veglie", come la chiama sant'Agostino) ma perde la sua assolutezza.
Alla "scomposizione" della festa di Pasqua contribuisce anche
il fenomeno della sua storicizzazione, cioè la tendenza a scandire
i riti della Settimana santa ricalcando la successione storica degli
eventi e quindi commemorando separatamente i singoli misteri della passione
morte risurrezione di Cristo.
Questa tendenza ha come centro propulsore Gerusalemme (in concomitanza
con la "corsa" ai luoghi santi dal IV secolo in poi) e ne
è testimone preziosa la pellegrina Egeria che, nel 383/384, ci
descrive i riti che si svolgevano a Gerusalemme dal Giovedì santo
all'Ottava "apte diei et loco", cioè in maniera
conforme al giorno e al luogo. Alla fine del sec. IV, con Giovanni Crisostomo
in Oriente e Agostino in Occidente, troviamo ormai strutturato il Triduo,
sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, suscitati (Agostino),
che comporta in particolare una liturgia propria per il Venerdì
Santo.
Con Agostino è ancora garantita la forte coesione di morte e
risurrezione nel mistero pasquale di Cristo (ne è garanzia il
ricorso privilegiato e assiduo a Rm 4,25: "Morto per i nostri peccati,
risorto per la nostra giustificazione"). Essa è alla base
della concezione della Pasqua con cui il grande dottore volle comporre
la prospettiva antropocentrica della Pasqua-passaggio con quella cristocentrica
della Pasqua-passione, che in Occidente manteneva tenaci sostenitori
(Ambrosiaster: "Pascha itaque immolatio est, non transitus").
Per Agostino la Pasqua è transitus per passionem, cioè
"passaggio attraverso la passione", passaggio prima di Cristo
e poi dell'uomo. Il passaggio di Cristo al Padre attraverso la croce
dischiude all'uomo il passaggio dalla morte alla vita: "Tramite
la passione il Signore passò dalla morte alla vita, aprendo la
via a noi che crediamo nella sua risurrezione, per passare anche noi
dalla morte alla vita" (Commento al salmi 120,6); "Cristo
è morto, moriamo al peccato; Cristo è risorto, viviamo
per Dio. Cristo passa da questo mondo al Padre: non si fissi qui il
nostro cuore, ma lo segua nelle realtà di lassù (Serm.
229).
Ma la distinzione tra la memoria della passione e quella della risurrezione
(scrive Ambrogio: "Celebriamo in tal modo un giorno di tristezza
e uno di gioia. Nel primo digiuneremo, nel secondo saremo saziati")
comporterà, dal punto di vista teologico, il rischio di una frammentazione
dell'unità profonda del mistero pasquale e in particolare della
perdita dello stretto legame tra la croce e la risurrezione, passando
da una concezione unitaria, dinamica, storico-salvifica della Pasqua
a una prospettiva storicizzante che allinea e distingue, celebrandoli
separatamente, i singoli momenti ed eventi.
La conseguenza più rilevante fu che, dopo Agostino, la Pasqua
nell'ambito del Triduo si identificò sempre più con la
domenica divenendo la festa della risurrezione, lasciando al Venerdì
santo la memoria della croce in una prospettiva di lutto e cordoglio.
Troviamo già pienamente affermata questa prospettiva incentrata
sulla "Pasqua di risurrezione" nei sermoni per il tempo pasquale
di san Leone Magno.
Il declino e la riscoperta
Successivamente,
ulteriori fattori contribuirono a uno stravolgimento del significato
della Pasqua e in particolare al declino della veglia pasquale, già
nucleo assoluto dell'antica Pasqua cristiana. Il fenomeno più
rilevante fu l'anticipazione sempre più marcata della veglia:
dovendo terminare prima di mezzanotte, essa fu liturgicamente computata
al Sabato santo e non più alla Pasqua; quando poi si stabilì
che le messe dovevano finire prima di mezzogiorno, la veglia "notturna"
si trovò collocata la mattina del sabato (!), che per di più
decadde da giorno festivo. Il significato di vigilia passò definitivamente
da quello di "veglia" a quello di "giorno che precede"
la festività: quest'ultima si identificò più che
mai con la domenica di risurrezione, sviluppando la specifica liturgia.
Intervennero, inoltre, da una parte il crescente rilievo del Giovedì
santo, che venne inserito nel Triduo, e dall'altra il fatto che giorni
festivi rimasero soltanto oltre alla Domenica di Pasqua, il lunedì
e il martedì successivi: si venne di fatto a creare quello che
è stato chiamato "Doppio Triduo", cioè un triduum
mortis (Giovedi-Venerdì-Sabato santi) e un triduum resurrectionis
(che si apre con la Domenica di Pasqua), sancendo così la frattura
fra passione e risurrezione.
La Pasqua aveva perso il suo nucleo liturgico e teologico, la veglia
notturna (celebrata la mattina di un giorno feriale), il cui ricco simbolismo,
svilito e snaturato, non era più compreso. Col diffondersi della
consuetudine di battezzare i neonati, essa non fu più nemmeno
veglia battesimale. Pasqua rimaneva una festa della risurrezione sganciata
dalla comprensione "pasquale" del mysterium crucis.
Nel nostro secolo, lo sforzo pionieristico di liturgisti e patrologi,
l'impulso decisivo del Movimento liturgico tra le due guerre, l'apporto
di personalità come Romano Guardini e di ambienti monastici come
quello benedettino, tutto questo ha rimesso in luce la centralità
del mysterium paschale nella teologia e nella liturgia della
chiesa e ha valorizzato la Pasqua come fons et culmen dell'anno
liturgico e la veglia come cuore e vertice delle celebrazioni pasquali.
(lenostreradici.it)
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