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16.04.08
- La Gerusalemme delle Alpi
In un periodo
in cui recarsi in Terra Santa era un'impresa per temerari, a padre Caimi,
frate minore milanese, venne l'idea di ricreare in Occidente i luoghi
della vita, della passione e della morte del Cristo. Nasceva il Sacro
Monte di Varallo, oasi di silenzio e di preghiera.
L'idea
gli era balenata in mente all'improvviso, a Gerusalemme, un giorno mentre
era raccolto in preghiera davanti al Sepolcro di Cristo. Perché,
si era chiesto padre Bernardino Caimi, non cercare di ricreare anche
nella cristianità d'Occidente la soave emozione del contatto
con i Luoghi Santi? Perché, andava ragionando il frate francescano,
non portare anche alla "nostra" gente, a casa, l'esperienza
di un pellegrinaggio attraverso le tappe terrene della vita di Gesù?
Già, perché andare pellegrini in Terra Santa, in quegli
anni, era davvero impresa rischiosa e temeraria. Tentata da pochi, disposti
al martirio. Facili i tempi non lo erano mai stati, laggiù, è
vero. Ma ora, con Costantinopoli caduta in mano ai turchi e l'intera
Palestina assediata dall'esercito ottomano, la situazione diventava
di giorno in giorno sempre più insostenibile. Padre Caimi lo
sapeva bene, essendo stato incaricato dal papa stesso di verificare
di persona cosa stesse succedendo in quell'amatissimo lembo del Vicino
Oriente.
Tornato a casa, fra Bernardino si recò a Roma per riferire a
Sisto IV la triste realtà dei territori d'oltremare, ma poi si
precipitò fra le sue montagne, fra i suoi laghi, in alta Italia,
ansioso di individuare il luogo dove dare vita a una nuova Gerusalemme.
Non a quella Celeste, per carità, che a tanto la cristiana ambizione
del francescano non osava arrivare: ma una Gerusalemme delle Alpi, questa
sì, sarebbe stata cosa buona e giusta.
Era il 1480, anno più, anno meno. Caimi, lo sappiamo dalle cronache
dell'epoca, era uomo di grande finezza intellettuale, ma anche un capace
organizzatore. Instancabile, soprattutto. Eccezionale nello spronare
amici e collaboratori nel raggiungere insieme gli obiettivi che ci si
era prefissi. Così, per questa impresa, il religioso milanese
coinvolse fin da subito un gran numero di sostenitori, forte anche del
fatto che l'ordine dei frati minori poteva contare su una radicata presenza
nelle valli subalpine e, soprattutto, sull'affetto della gente.
Lo schema, almeno a grandi linee, era già ben chiaro nella testa
di Bernardino. Occorreva un luogo piuttosto isolato, che invitasse al
raccoglimento e alla meditazione, lontano dai clamori delle faccende
quotidiane. E tuttavia un luogo che non fosse difficile da raggiungere,
magari nei pressi di qualche importante via di comunicazione, capace
di richiamare per un momento di sosta e di quiete viandanti e lavoratori,
ma anche folle di pellegrini, condotte dalle loro guide spirituali.
E queste caratteristiche, fin da subito, il frate le vedeva inverarsi
in un contesto montano, più che di pianura, per quei simbolismi
così cari alle Sacre Scritture, per quel gesto dell'ascendere,
del salire, che comporta fatica, ma che promette una meta; che invita
a lasciarsi alle spalle, almeno per qualche attimo, inutili fardelli
in un cammino che, metaforicamente, diventa di purificazione
In cima a questo monte, o lungo le sue pendici, andava ripetendo Caimi
ai suoi con crescente entusiasmo, avrebbero quindi trovato posto delle
"stazioni" in cui riproporre figurativamente le tappe più
significative della vita, della passione, della morte e resurrezione
di nostro Signore. Come a Gerusalemme. Ma anche come a Greccio, quando
santo Francesco aveva voluto ricreare davanti ai suoi occhi l'incanto
della nascita del Bambino divino, con una giovane madre, il suo sposo,
un paffuto neonato, l'asino e il bue, e un coro di voci angeliche. Commuovendosi
fino alle lacrime
Una sacra rappresentazione, dunque. In autentico spirito francescano.
Ma che grazie ai colori, alle statue a grandezza naturale in legno e
stoffa, alle scenografie dipinte, non sarebbe stata effimera, ma duratura
nel tempo, continuamente ripetuta, ininterrottamente proposta all'osservazione
e alla meditazione dei fedeli. Quegli stessi che non potevano, no, davvero
non potevano, recarsi a Gerusalemme, al di là del mare, ma per
i quali Gerusalemme sarebbe rinata qui, ogni giorno, fra le loro montagne.
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La scelta non fu semplice, e quindi neppure immediata. Ma quando
Bernardino Caimi salì lungo la Valsesia, fino a Varallo,
capì che la sua ricerca era terminata. Questo luogo aveva
tutti i requisiti che il suo progetto richiedeva. E in più,
era in un contesto ambientale meraviglioso. Qualità che per
il seguace del Poverello d'Assisi appariva altrettanto irrinunciabile.
"Laudato sii mi Signore
" avrebbe ripetuto in cuor
suo ogni pellegrino, ringraziando per le bellezze di una natura
Creata. E generosamente donata.
Caimi, tuttavia, non potè vedere realizzata la sua Gerusalemme
delle Alpi. Morì negli ultimi giorni del XV secolo, ma il
lavoro era ormai avviato, l'idea aveva preso forza. I suoi successori,
seppur tra alterne vicende, |
seppur
con diversi entusiasmi,adattandosi magari al mutare dei tempi e delle
sensibilità,non poterono e non vollero mai allontanarsi da
quel programma originario, nato per nostalgia della Terra Santa, cresciuto
per amore verso Cristo e verso tutti i suoi figli.
Il più sincero e geniale dei suoi eredi fu Gaudenzio Ferrari.
Non un religioso, ma un artista. E che artista. Umile dell'umiltà
degli artigiani, grande della grandezza dei geni. Oggi sappiamo, ed
è l'emozione del colore a confermarcelo, che fu proprio lui
a dare forma e corpo al sogno di fra Bernardino.
Tra le cappelle di Varallo Gaudenzio fece qualche lavoro che era solo
un ragazzo, già talentuoso, ma ancora digiuno di più
formative esperienze. Poi, nel 1513, affrescò l'intera parete
del santuario delle Grazie con la vita di Cristo, ai piedi del Sacro
Monte, in quello che ancor oggi ne è l'irrinunciabile introduzione
e la naturale partenza. Quasi una prova generale: Ferrari era pronto.
Pronto a prendere in mano la direzione del cantiere sacromontano e
gestirlo con piglio autorevole e creatività originalissima.
Per dieci anni almeno.
Quassù fu pittore, certo, ma anche plasticatore, decoratore,
architetto, "urbanista". Si occupò di tutto e sovrintese
personalmente ad ogni dettaglio, come contagiato da quella stessa
febbre che aveva animato padre Caimi. E fors'anche dalla medesima
fede. Il risultato è lì ancor oggi da ammirare. "Quadri"
di intensa drammaticità, gruppi pervasi da vibrante commozione,
un gesticolare schietto ed espressivo, che è sì teatrale,
ma senza nulla di lezioso o di stucchevolmente artificioso.
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Poi,
quando anche la stagione di Gaudenzio Ferrari ebbe termine,
il Sacro Monte di Varallo sembrò prendersi un periodo
di pausa. Come per rielaborare e interiorizzare. Anche perché
nuove sensibilità, nuovi atteggiamenti si andavano profilando.
Iniziavano infatti gli anni della Riforma cattolica, dell'impetuoso
vento borromaico, di un'arte che i padri conciliari esigevano,
se possibile, ancora più coinvolgente, ancora più
espressiva, ancora più trascinante nell'incontro, del
singolo come della comunità, con il mistero di fede.
Era l'urgenza di attuare - quasi alla lettera! - i dettagliati
suggerimenti degli "Esercizi" di Ignazio di Loyola,
che invitavano il fedele a rivivere mentalmente i luoghi stessi,
e gli ambienti, e le emozioni degli episodi evangelici, per
riviverli come veri. E meglio ancora se, quei luoghi, quegli
ambienti, quelle emozioni, sarebbero stati ricreati nelle proporzioni
e nei dettagli, fin nei gesti, fin nella cornice.
I Sacri Monti, infine, nella visione tridentina, sarebbero ben
presto diventati, emblematicamente, anche un "baluardo"
dell'ortodossia cattolica, una muraglia tesa sull'arco alpino
come ad arginare gli errori luterani, ribadendo l'irrinunciabile
devozione mariana, la venerabile comunione dei santi, l'indiscutibile
valore educativo delle sacre immagini.
A
concretizzare tutto ciò, nella pietra e nel colore, fu
chiamato a Varallo dal 1560, e per un decennio, un professionista
di prim'ordine, quel Galeazzo Alessi che tanti progetti aveva
realizzato tra Genova e Milano. L'Alessi, nella sua "trasformazione"
del Monte
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valsesiano,
finì col privilegiare l'aspetto cronologico della vita di Cristo
rispetto a quello topografico ideato dal fondatore francescano, stabilendo
un nuovo piano urbanistico che, rispettando gli elementi preesistenti,
guidava i fedeli in una nuova Gerusalemme ancora più "vera"
e più fascinosamente reale, dotata di piazze, palazzi, portici
e scalinate. Ai pittori, immensi, Morazzone e Tanzio, ai plasticatori,
eccelsi, Bussola e D'Errico, ancora nel Seicento sarà affidato
il completamento di questo sogno. E con loro, una folla di artigiani,
anonimi, bravissimi.
(terrasanta.net)
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