...Sotto il fico

07.03.04 - Trasfigurazione e silenzio (II Domenica di Quaresima '04)

La versione di Luca del brano della Trasfigurazione (Lc 9,28b-36) pone con chiarezza la domanda fondamentale per ogni credente e, forse e comunque, per ogni uomo: chi è Gesù? E la risposta viene data con altrettanta chiarezza: Egli è il Figlio di Dio, incamminato verso la croce e la resurrezione. Il brano infatti si inserisce dopo il primo annuncio della passione di Gesù e dopo la professione di fede di Pietro, che proclama che Gesù è "il Cristo di Dio" (Lc 8,20) e viene dunque a completare e arricchire quanto detto prima.
Luca, a differenza degli altri evangelisti, pone l'avvenimento della Trasfigurazione in un contesto di preghiera. Scrive infatti che "Gesù salì sul monte a pregare" (v. 28). La citazione della preghiera, oltre a preludere ad un evento di grande importanza ed a inserirlo nella sfera di Dio, ci dice una caratteristica dell'identità di Gesù: Egli è intimamente unito al Padre ed è in questo silenzio-preghiera che anche i discepoli, e noi come loro, possiamo compiere il cammino che ci permette di conoscere chi è il Signore e chi siamo noi.
Luca prosegue con la conferma di Dio su chi è Gesù : "Questi è il Figlio mio, l'eletto" (v. 35). E' questa l'affermazione centrale che ci dice la filiazione divina di Gesù, ma richiama anche la sua elezione (il fatto di essere scelto) e la figura del Servo di JHWH .
Il discorso di Gesù con Mosè ed Elia, citato poche righe prima, verte "sulla sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme" (v.31) cioè sulla sua morte. Ecco che Luca aggiunge un altro elemento alla conoscenza di Gesù, alla domanda formulata all'inizio; ci dice che attraverso la sofferenza e la croce si svelerà pienamente il mistero di Gesù. Ma non ci si deve fermare qui, al suo destino di morte, ma occorre guardare alla meta finale, alla resurrezione. Infatti è Gesù stesso che ai discepoli, che non riescono a comprendere che la croce possa nascondere la gloria, consente di vivere un po' la Pasqua e si mostra trasfigurato, anticipando la resurrezione. Notiamo però che mentre accade tutto ciò, Gesù è uomo e, in modo misterioso, in lui già nell'esistenza terrena, splende la divinità, la gloria stessa del Padre. Già all'inizio della vita pubblica di Gesù, Dio si era manifestato al Battesimo al Giordano, ora il Padre lo dichiara suo Figlio davanti ai tre discepoli più intimi e la gloria di Dio, momentaneamente risplende in Gesù, uomo come i discepoli lì presenti e come noi.

E veniamo ai discepoli, che sentiamo così vicini e rappresentativi di tanti nostri atteggiamenti verso Gesù. Mentre Gesù pregava, mentre parlava con Mosè ed Elia, mentre preannunciava fatti come la sua morte e resurrezione, mentre accadevano eventi importanti ed unici come la Trasfigurazione, loro dormivano, come accadrà poi nel Getsemani. Mi domando quante volte anche noi dormiamo, presi dalla stanchezza, dalla routine, dall'incapacità di meravigliarci e stupirci, dal pessimismo che ci impedisce di vedere i segni di speranza oppure siamo distratti o sonnecchiamo mentre attorno a noi accadono eventi grandi ed irripetibili: penso alle "trasfigurazioni" dell'Eucarestia, ma anche a manifestazioni più quotidiane di Gesù nella nostra vita, agli incontri con persone, con letture, con la Parola ed ai segni di resurrezione che abbiamo attorno a noi.
I tre discepoli si svegliano e vorrebbero fermarsi lì per sempre. Ma il commento di Luca è pesante: "egli - cioè Pietro, che voleva costruire tre tende e restare lì - non sapeva quello che diceva" (v. 33). Proprio lui, Pietro, che prima aveva proclamato con fede "Tu sei il Cristo di Dio", non capisce quello che sta accadendo, non ha capito che la via per giungere alla resurrezione, di cui la trasfigurazione è immagine, è la croce. Per lui l'idea di un Messia sofferente è inconcepibile. Pietro rifiuta la sofferenza ed il dolore e si fa forse prendere dall'entusiasmo e dalla bellezza del momento e vorrebbe fermarsi lì, in un'illusione di una vita solo sfolgorante bellezza, solo gloria. Penso che tutti ci possiamo ritrovare in questo atteggiamento un po' infantile di Pietro di volere tutto e subito, in modo facile ed indolore, in questo desiderio di essere già fin d'ora capaci di amare Dio e gli altri, senza doverci confrontare e senza dover lottare con i limiti e le fragilità della nostra natura umana, senza l'intervento del Signore.
Avvolti dalla nube, segno di Dio, i discepoli poi "ebbero paura" (v. 34). Forse più che paura vera e propria è il sacro timore che sempre si manifesta quando la creatura si trova alla presenza di Dio, quando ci si sente piccoli e distanti dalla grandezza del Signore.
Mi dà molta speranza il fatto che, nonostante i tre discepoli siano distratti, un po' ottusi, superficiali, spaventati e con una fede immatura, Dio si manifesti e li inviti ad ascoltare Gesù! Ad ascoltare quel Gesù che finora ha insegnato con le parole, ma certamente anche quel Gesù di cui ci ha appena rivelato l'identità, quel Gesù che, nella vita e al di là delle parole, ci svela il volto del Padre.
Infine "non riferirono a nessuno ciò che avevano visto" (v. 36). Me li immagino frastornati e un po' increduli e per questo timorosi di dire ciò che avevano visto. Ma forse il loro è il silenzio che avvolge gli eventi più importanti e toccanti delle nostre vite, di fronte ai quali non si hanno parole; è il silenzio che circonda le esperienze di Dio, che le parole non riescono ad esprimere, se non rischiando di sminuirle e di rovinarle, e di fronte alle quali non resta che la contemplazione.

Carla Marinetti



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