...Sotto il fico

14.03.04 - Da una notizia di cronaca... (III Domenica di Quaresima '04)

Non c'erano ancor i giornali ed i telegiornali, ma quel giorno a Gesù ed alla folla che si raccoglieva intorno a lui giunsero, di bocca in bocca, due notizie di cronaca recentissime. Un gruppo di Galilei era stato ucciso per ordine di Pilato. A Gerusalemme il crollo di una torre aveva sepolto ed ucciso diciotto persone (Lc 13,1).
Due brutte notizie: l'esecuzione di una condanna (non sappiamo dovuta a che cosa: erano forse colpevoli di qualche cospirazione contro il potere? oppure non avevano fatto niente di male?) ed un incidente terribile; in ogni caso due sciagure collettive. E, come è ovvio, tutti ne parlano... e anche Gesù prende la parola (Lc 13,2).
E prima ancora di ascoltare questa parola, è bello scoprire come Gesù non parli all'uomo in modo astratto ed asettico, senza farsi distrarre da situazioni contingenti, anzi, gli parli proprio a partire dalle esperienze, belle o brutte, che in quel momento egli sta facendo, da quello che gli capita attorno!
Le parole di Gesù, poi, sembrano prendere spunto dal commento della gente alla notizia ma, come c'era da aspettarsi se ne diversificano: la gente parte dalla visione tradizionale, che prevedeva che chi era stato colpito da una sventura fosse stato con questo punito di una qualche colpa; che fosse, insomma, un peccatore; Gesù invita a considerare che certo quei Galilei e quei diciotto non erano più peccatori di tutti i Galilei o di tutti gli abitanti di Gerusalemme (Lc 13, 2 e 4).
Dunque la sciagura non ha punito una colpa? In realtà non è questo che interessa a Gesù, ma ammonire con molta decisione i presenti: se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo (Lc 13, 3 e 5). La cosa più importante, dunque, non è discutere se quegli uomini fossero o no colpevoli, ma cogliere l'occasione per ricordarsi che tutti gli uomini sono "colpevoli". Gesù trasforma lo sguardo dell'uomo nei confronti di ciò che gli capita attorno: non più uno sguardo rivolto a chi vi è coinvolto, per giudicarlo, ma uno sguardo rivolto verso se stesso per prendere coscienza del proprio limite. Non uno sguardo sterile, dunque, ma uno sguardo che "si converte", creando spazio di conversione, perché il non fermarsi a chiedersi "che cosa hanno fatto?" ma arrivare all' "che cosa faccio io?" significa cogliere nella sciagura contingente lo spunto per una riflessione che la supera e la trascende. Ed ecco allora che un evento luttuoso... può ricordare all'uomo che corre un reale rischio di perire se non saprà convertirsi.
Sarebbe bello allora, quando leggiamo i nostri giornali ed ascoltiamo i nostri telegiornali, pensare di avere accanto Gesù, pronto a dividere con noi il commento della notizia... e non solo.
Già, perché quel giorno la folla deve essere rimasta muta di fronte a quelle parole minacciose: se non vi convertite, perirete tutti. E se fosse tutto qui ci farebbe un po' paura. Gesù, però, non ha lasciata sola la folla, dopo questo severissimo richiamo: le è rimasto accanto ed ha aggiunto una parabola.
Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò (Lc 13, 6). Un fico che non produce, che non rende! E per di più non in un terreno improduttivo ma in una vigna,... ove succhia inutilmente nutrimento prezioso! La reazione di quest'uomo, che disse al vignaiolo: ecco sono tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico ma non ne trovo. Taglialo (Lc 13,7) era facilmente comprensibile alla folla che circondava Gesù (e come potrebbe non esserlo per noi, che viviamo in un mondo in cui tutto deve produrre, e produrre al massimo delle proprie possibilità... oppure sembra non sia nemmeno degno di esistere!). Semmai ci si può stupire che il padrone abbia aspettato per ben tre anni prima di decidersi a liberarsi di quel bene improduttivo...
Ma a questo punto l'ascoltatore della parabola si rende conto che gli conviene fermarsi, che sta per darsi la classica "zappa sui piedi": già, perché se riteniamo giusto, giustissimo, tagliare un fico che non dà frutti (e per quale altro motivo esiste un fico, se non per produrre fichi?) non possiamo che convenire ancor più drammaticamente che anche l'uomo che non porta i suoi frutti (che non diventa ciò per cui esiste!) deve perire!
Per fortuna il padrone della vigna non è come noi, per fortuna non ha smesso alla prima delusione di credere che il fico avesse la possibilità di essere veramente ciò che è nato per essere! E per fortuna il vignaiolo, al suo ordine, ora, di tagliarlo risponde lascialo ancora quest'anno finché io lo zappi intorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l'avvenire: nonostante tutto è ancora pronto a investire energie (lo zapperà) e denaro (lo concimerà) in una pianta che non gli dà nulla.
E' vero, dunque: il monito di Gesù è stato duro, è in grado di farci tremare... ma con la parabola ci ha anche ricordato che in fondo ciò che ci viene chiesto non è di diventare altro da noi, ma di realizzare ciò che siamo, portando i frutti che siamo atti a dare, e soprattutto che abbiamo a che fare con un Dio che è 'diverso da noi ', che nonostante i nostri fallimenti continua a credere a tal punto nelle nostre possibilità da investire ancora in noi, mettendoci a disposizione tutto ciò che ci serve per dare quel frutto che non possiamo non portare senza rinunciare ad essere ciò che siamo.
E se c'è chi ha tanta fiducia in noi, e non ci chiede l'impossibile, e non ci lascia soli, forse possiamo metterci in cammino con fiducia, ma senza dimenticare che le parole conclusive del vignaiolo sono state, comunque, se no, lo taglierai.

Maria Enza Bona

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