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il fico
18.04.04
- Dal timore alla gioia (II Domenica di Pasqua '04)
Domenica
di Pasqua: è l'inizio di un percorso di cinquanta giorni (che
sfocerà nella Pentecoste) in cui la liturgia aiuta il fedele
a comprendere quell'evento così straordinario che ha sconvolto
coloro che avevano conosciuto Gesù e che continua a interrogare
anche noi oggi. Possiamo accontentarci di sentire la notizia e pensare
che un giorno o l'altro saremo "nostro malgrado" coinvolti
in una situazione che oggi resta misteriosa, oppure possiamo decidere
di entrare in questo evento con l'oggi della nostra vita e col "rischio"
di modificare tutta la nostra esistenza.
In questa II domenica Gesù si presenta ai suoi e diviene segno
della presenza settimanale nell'assemblea dei credenti: la domenica
è il giorno del Signore risorto, la celebrazione settimanale
della Pasqua.
Nelle chiese il cero pasquale (prima di essere riposto nel battistero)
resta fino alla Pentecoste nei pressi dell'ambone, a simboleggiare
e ricordare al credente la luce di Cristo risorto che vince le tenebre
del cuore e dello spirito dell'uomo.
Nel vangelo di questa domenica (Gv 20,19-31), l'apparizione di Gesù
ai suoi discepoli, che "stavano a porte chiuse per paura",
è chiara. Egli sorpassa ogni chiusura e arriva con una imponente
delicatezza a cambiare il sentimento di coloro che erano riuniti:
dal timore alla gioia. Le sue parole risuonano anche in noi oggi per
spezzare quella catena di sentimenti che si accumulano nei nostri
cuori legandoci ad una misera esistenza. "Pace a voi": parole
che accendono in noi la luce che ci fa percepire la pienezza di vita
alla quale l'uomo è destinato.
La promessa di pace ai nostri giorni ha il sapore dell'effimero: è
in bocca a tutti e sovente utilizzata a fini politici. Ma la pace
di cui parla Gesù non entra nei conflitti dell'umanità:
"
Non come la dà il mondo io la do a voi" (Gv
14,27). E' la pace che entra nel cuore dell'uomo e stravolge la sua
esistenza tranquilla, mettendo in discussione quello che è
e quello che ha, insegnando a donarsi e a donare al prossimo. E' il
"porgere l'altra guancia" è il "settanta volte
sette" che Gesù ci ha insegnato, è il non chiuderci
per il timore dell'altro. E' la pace che viene da Cristo che è
passato attraverso la morte cui è andato incontro liberamente.
Egli non è morto per amore della sofferenza, ma per rimanere
fedele allo scopo di tutta la sua vita: la condivisione, l'accoglienza
e la solidarietà con ogni uomo. Con la sua morte Gesù
ha liberato gli uomini dalla paura della morte. Con la sua morte Gesù
ci ha insegnato l'amore incondizionato, ci ha rivelato il vero volto
di Dio: "Dio è amore" (1 Gv 4,8).
Gesù è l'inviato dal Padre: "Come il Padre ha mandato
me, anch'io mando voi" (Gv 20,21), che conferma i suoi discepoli
in una missione portata avanti dalla Chiesa nel corso dei secoli:
"a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete,
resteranno non rimessi" (Gv 20,23).
Il gruppo degli apostoli, che nella prima lettura (At 5,12-16) appare
come coloro che hanno il potere di liberare dalle malattie e dagli
"spiriti impuri", sono segno della liberazione dal peccato.
Ma non c'è liberazione per noi uomini se qualcosa non si muove
al nostro interno per aderire all'uomo nuovo, all'uomo pasquale, se
con Gesù non passiamo attraverso la morte: "Se moriamo
con lui, vivremo anche con lui, se con lui perseveriamo, con lui anche
regneremo" (2Tm 2,11-12).
Il male nell'uomo è duro a morire, ce lo insegna Tommaso con
la sua incredulità, nel quale ogni cristiano si riconosce.
Ma la misericordia di Dio non ha confini; Egli è là,
vicino a ciascuno perché prima o poi possa riconoscerlo e dire,
come l'apostolo incredulo: "mio Signore e mio Dio" (Gv 20,28).
Lasciamo che il fuoco dell'amore dirompente che Dio ha per ciascuno
dei suoi figli ci raggiunga, lasciamo che la luce di Cristo risorto
resti accesa nei nostri cuori e conduca tutta la nostra esistenza.
Elena
Za