...Sotto il fico

25.04.04 - "Signore, tu lo sai che ti amo…" (III Domenica di Pasqua '04)

Gli ultimi due capitoli del vangelo di Giovanni sono dedicati al racconto delle apparizioni del Risorto che testimoniano la vittoria del Signore sulla morte, ma soprattutto la presenza efficace di Gesù, maestro e pastore, che si lascia incontrare e riconoscere dalla comunità e dai singoli discepoli per confermarli nella fede e affidare loro l'annuncio del Regno ormai instaurato.
Nel capitolo ventunesimo, i testimoni del Tabor e del Getzemani sono ritratti insieme a Tommaso, Natanaele e due discepoli anonimi in un provvisorio "ritorno alla quotidianità" che li vede impegnati in quello stesso atto in cui li aveva sorpresi Gesù al momento della chiamata. La comunità ristretta sembra vivere una situazione, per così dire, di sospensione, di attesa: il Signore è risorto, si è manifestato, vivo di una vita nuova, ma tale consapevolezza deve essere umanamente interiorizzata dai suoi amici, fatta propria nell'esperienza e fortificata dallo Spirito.
Ancora una notte sul lago di Tiberiade… Quante notti trascorse in quegli ultimi anni col Maestro! Ma ora i discepoli sono soli e il tempo scorre infruttuoso, il cuore è gravido di emozioni recenti e di tanti pensieri…
All'alba appare Gesù, l'atteso del cuore… ma, come attestato da altre pagine del Vangelo, la sua persona non è immediatamente riconoscibile: non è più, infatti, lo sguardo fisico, sensibile che permette di riconoscerlo, piuttosto sono gli occhi del cuore, gli occhi spirituali che intuiscono e incontrano… e Giovanni, il discepolo che riposava sul petto di Cristo, presenta se stesso come colui che ha maturato questo sguardo, già di fronte al sepolcro vuoto, quando "vide e credette". Il corpo di Gesù ha subito una trasformazione ontologica che lo rende differente da quello che ha camminato per le strade della Palestina, ma rimane invariata, per così dire, la "identità relazionale" profonda che lo restituisce prossimo e intimo di coloro che, dopo aver già vissuto con Lui, lo incontrano all'indomani della Pasqua (dolcissima profezia dell'eredità che accomunerà al Primogenito i molti fratelli…).
La presenza del Risorto restituisce fecondità all'azione dei discepoli; la parola autorevole di Colui che è Parola guida e orienta gli sforzi e la fatica dei pescatori, prima vanificati… Una lettura morale e spirituale del testo ci comunica come la presenza viva del Cristo sappia orientare e canalizzare la nostra sincera volontà di fare il bene, di agire proficuamente sulla realtà, intervenendo con la sua Grazia… L'obbedienza alla Parola è sempre fruttuosa!
I frutti non si fanno attendere…la rete stracolma di pesci richiama l'abbondanza di beni che il Padre ha elargito altra volta in risposta alla preghiera del Figlio Gesù…. e Giovanni vi riconosce un ulteriore segno, di quelli che hanno costellato la missione terrena di Cristo, che testimoniano l'avvento del tempo messianico: "Allora il discepolo prediletto di Gesù disse a Pietro: "E' il Signore!".
E' bello intuire, nella trama narrativa, la delicata nota psicologica che permette di caratterizzare la personalità dei due apostoli: mentre Giovanni sembra custodire, un po' come Maria, nel suo cuore la gioia dell'intuizione, Pietro, più impulsivo e appassionato, mosso da affetto grande, si getta in mare quasi nudo (!) per raggiungere il Maestro sulla riva…
Il Risorto desidera mangiare ancora con i suoi fratelli. Egli si rivela nella convivialità, in quel preparare una sobria mensa come anticipo del banchetto messianico, come memoria dell'Ultima Cena… il pane e i pesci a ricordare altri momenti, altri segni… L'evento della Passione, nel frattempo, ha conferito nuovi significati a tanti gesti che il Signore aveva precedentemente compiuto e che i discepoli non sempre avevano compreso…
Gesù si manifesta nell'atto eucaristico del prendere il pane e distribuirlo, come ad Emmaus: la presenza del Risorto nella prima comunità è ora affidata a quel pane. Nel capitolo sesto, proprio dopo la rievocazione della moltiplicazione dei pani e dei pesci, Giovanni ha inserito un complesso discorso teologico in cui il Cristo dice di sé "Io sono il pane che dà la vita… se non mangiate il corpo del Figlio dell'Uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita..."; sono parole il cui significato è stato inverato dal dono che Gesù ha fatto di sé sul Calvario. Quella vita che è promessa dal Cristo ai credenti è da Lui stesso incarnata, nella sua primogenitura di risorto.
Dopo essersi offerto come Pane di Vita, Gesù Risorto si rivela poi come Signore di Misericordia. Giovanni trascrive il dialogo commovente tra Pietro e il suo Maestro, tutto percorso da quel "Mi ami tu…?". A fronte della caduta, del tradimento, si tratta di rinsaldare la fedeltà, di rifondarla sull'unica roccia sicura: l'amore. Ancora una volta, come confermato da tutta la lezione evangelica, non è il rigorismo farisaico, non è l'ottemperanza alla Legge, non è neppure la perseverante obbedienza alla Torah del giovane ricco che salva, ma è l'unguento profumato della tenerezza, il pianto contrito e liberatorio della peccatrice che seduce il cuore di Dio… e quel pianto tenero e disperato Pietro l'ha già conosciuto… Dio non ci salva a partire dalla collezione dei nostri meriti, vuole essere amato e desidera che Lo seguiamo in un affidamento senza condizioni. La confessione disarmante della propria fragilità è come un grido che si alza fino alle dimore dell'Altissimo.
Prima di affidare a Pietro l'incarico pastorale, Gesù esige una dichiarazione d'amore… e tale dichiarazione, forse non caso, viene collocata dopo che si è fatta comunione con Lui. E' necessario ribadire la fedeltà nell'amore prima di inoltrarsi nell'avventura della sequela. Essa, infatti, implica sempre martirio, cioè testimonianza, comporta l'assunzione della croce ("Chi vuol venire dietro di me…"), perché il discepolo, come dirà lo stesso Pietro nella I Lettera, è chiamato a seguire le orme del Maestro, a ripercorrer dunque in qualche modo il dramma umano del Cristo ("Hanno perseguitato me...") nella difficile predicazione del Regno. Nella predizione che Gesù fa a Pietro si può leggere anche, in senso meno direttamente storico e personale, la caratteristica di una sequela vissuta come progressivo abbandono, come obbedienza ad una volontà non propria che si attua attraverso gli eventi della vita e che ancora accomuna il discepolo al Maestro il cui cibo è stato fare la volontà del Padre
.

Mariangela Antifora

  Invia questa pagina ad un amico

 

Vai all'Archivio
Torna alla pagina Sotto il Fico