...Sotto il fico

16.05.04 - Tempo di responsabilità (VI Domenica di Pasqua '04)

La liturgia del tempo pasquale ci propone in questa domenica un brano tratto dal cosiddetto "discorso dell'ultima cena", quando Gesù sta per portare a compimento la grande opera che il Padre gli ha affidato: la nostra salvezza. È un "discorso di addio" che si apre al futuro, a quando tutto sarà compiuto e i suoi non lo vedranno più Gesù. In effetti, il tempo pasquale è il tempo del dopo il suo ritorno al Padre, è il tempo della Chiesa, il nostro tempo. Il tempo di assumersi la responsabilità del discepolato, di testimoniare la buona notizia dell'amore di Dio, di continuare la missione del Maestro in tutto il mondo.
Gesù prepara i suoi - e noi - a questo tempo. Lo fa lanciando una proposta (amarlo) a cui segue una promessa (il suo dimorare con il Padre nei suoi) e lascia, come caparra, il suo dono (la pace).
Fin dall'inizio, il vangelo di Giovanni gioca su degli opposti: luce-tenebre; vita-morte; accogliere-rifiutare..., per condurre a questo momento solenne, finale, in cui ciascuno è chiamato a schierarsi. "Se uno mi ama...". "Chi non mi ama...".
E' nell'amore che si determina la vita dei discepoli. Amore per Cristo che porta a osservare la sua parola, e quindi a vivere il suo comandamento dell'amore reciproco. In questa luce, Gesù propone ai suoi di superare la paura e la tristezza mediante un percorso di liberazione che passa attraverso l'uscire da sé, amando. E' necessario liberarsi dalla preoccupazione di sé e occuparsi degli altri, uscire dai propri bisogni e saper vedere il bisogno dei fratelli. Non solo, ma è un amore che attira il Padre e il Figlio nei discepoli, li rende loro dimora. Nel vangelo di Giovanni, non si tratta di un'esperienza mistica che trascende la storia, né esclusiva di anime elette, ma ha una connotazione estremamente concreta, che affonda le radici nel reale e nel reale trova la sua espressione. È il principio che costituisce l'essenziale di ogni vita cristiana.
Il tempo pasquale non è solo tempo di beatitudine e di festa, ma è anche tempo di responsabilità e di scelte. Cristo è morto e risorto per comunicarci una vita nuova, per donarci la possibilità di camminare con lui sulla sua strada.
Cosa significa lasciare entrare Dio nella nostra vita? Più ancora, lasciarlo vivere in noi? Significa vivere il rischio di amarlo. Il rischio di lasciarci coinvolgere in un amore che - lo sappiamo - ci conduce a donarci come lui si è donato, a misurare sul Vangelo le nostre risposte alle interpellanze delle situazioni; che ci porta, pian piano, ad avere l'atteggiamento di Dio, perché l'amore pone in profonda sintonia con l'altro, crea una certa conformità all'altro, trasforma chi ama rendendolo più simile all'amato, fa assumere i gusti dell'amato, le sue simpatie, le sue convinzioni...
Tutto ciò si realizza in noi per opera dello Spirito che riporta al cuore (ri-corda) quello che Gesù ha detto e fatto e lo libera, così, da ogni turbamento rendendolo luogo di pace.
Davvero per noi, oggi, il Vangelo è esperienza di pace e di liberazione da ogni paura?
Solo quando i nostri cuori si dilateranno nel desiderio del bene e nella capacità di amare senza calcolo, la pace potrà diventare una realtà concreta nella nostra vita. Ed allora potremo essere "via" all'esperienza dell'amore di Dio anche per coloro che ci incontrano
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sr. Mariella Bono, op

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