...Sotto
il fico
25.06.04
- Lo scontro più vero oggi
Carissimo
Giacobbe,
il motivo della presente non è tanto quello di chiederti notizie
più dettagliate sulla lotta misteriosa che ingaggiasti con
Dio, sul guado del fiume Yabbok, quando fosti ferito all'anca. Quella
notte non c'era nessuno, le tue schiere erano già passate all'altra
riva, e il "match" si svolse a luci spente, senza clamore
di tifosi e senza commenti di cronisti.
Forse è per questo che le poche righe di resoconto riportate
dalla Genesi sono così ambigue, che non si capisce bene se
il tuo rivale sia stato un angelo, o un uomo o Dio addirittura. Si
sa solo che fu una lotta libera, estenuante, senza risparmio di colpi,
e che a un certo punto, per una mossa scorretta dell'avversario, ti
si slogò l'articolazione del femore. Fu un colpo basso, bisogna
riconoscerlo: al limite della squalifica, diremmo oggi. Ma, in fondo,
te lo meritavi. Anni prima, non avevi anche tu fatto un plateale sgambetto
a tuo fratello Esaù, soffiandogli la primogenitura? Ebbene,
quella notte ti si rese pan per focaccia o, se preferisci pan per
lenticchie.
Ma, come dicevo all'inizio, non ti scrivo per risolvere gli enigmi
di questa tua singolare vicenda. Oltretutto gli esegeti sia pure con
affanno, appagano abbastanza le richieste della mia curiosità
quando affermano che in quest'episodio notturno si nasconde il simbolo
di una profonda esperienza religiosa.
Tu, insomma, saresti l'archetipo dell'uomo che combatte con Dio per
non lasciarselo sfuggire, e instaura con lui un rapporto dialettico
teso alla scoperta della sua intima identità. Saresti il capostipite
di quella lunga progenie di creature che non si accontentano di avvinghiare
nella lotta le membra sguscianti del Creatore, ma ne cercano l'anima
segreta, rantolandogli addosso il respiro della loro fatica e facendogli
bruciare sul collo tutto il bisogno insoddisfatto di Lui. Non c'è
che dire: la spiegazione di quell'assalto estenuante, inteso come
icona dell'agonia mistica dell'uomo nella sua ansia primordiale di
vedere Dio faccia a faccia senza morirne, mi convince. In fondo, ogni
seria ricerca di Dio non è un'agonia senza morte?
Il
motivo vero per il quale ti scrivo è un altro. E' che in questa
tua vicenda notturna io scorgo in filigrana non solo l'ansia religiosa
degli uomini di tutti i tempi, ma il tormento particolare dell'uomo
contemporaneo: quello di voler dare un nome a realtà che sfuggono
dalle mani.
Sì, anche noi, come te, stiamo vivendo un momento decisivo.
Quella notte tu lasciavi per sempre la tua terra antica e ti addentravi
rischiosamente nel territorio controllato dal fratello-nemico. Stavi
facendo, cioè, il passo più drammatico della tua vita:
entrare in un continente sconosciuto. Passavi il tuo Rubicone, insomma.
Ed ecco densificarsi, proprio sulla frontiera segnata dal fiume, il
cumulo delle incertezze simbolizzato dalla tua lotta con Dio. Che,
in fondo, fu una lotta per il nome.
Tu chiedesti il nome tutta la notte al tuo rivale misterioso, dicendogli
ogni volta che l'atterravi: Come ti chiami? Ma lui sgusciava alla
presa delle mani viscide e, prendendo il sopravvento, ti ripeteva:
Perché mi chiedi il nome?
La nostra storia, caro Giacobbe, ti rassomiglia tanto. Anche noi stiamo
sperimentando l'oscurità del trapasso. Giunti a una frontiera
decisiva della storia, affrontiamo il guado che ci introduce nel terzo
millennio e, come te, viviamo il dramma del nome. Le antiche categorie
si rimescolano. I vecchi vocaboli non ci bastano più per indicare
gli scenari nuovi sulle cui sponde stiamo per approdare.
Lo scontro più vero oggi è con l'ineffabile. Gli schemi
concettuali che avevano finora sorretto la nostra comprensione dell'universo
si stanno sfaldando, minacciati come sono dall'onda lunga di una realtà
inedita. Sensazioni impreviste straripano da tutte le parti, e le
parole di un tempo non le contengono più. Le dighe lessicali
cedono sotto l'urto di emergenze che irrompono con la furia di un
tornado. E noi, a ogni realtà che pure tocchiamo ma che ci
slitta dalle mani, continuiamo a chiedere, sotto lo spasimo della
lotta, come facesti tu: Qual è il tuo nome?
Grazie,
Giacobbe, per questa speranza che ci dai. Perché ci fai capire
che la lotta per il nome, che stiamo sostenendo anche noi come te,
non può non essere benedetta da Dio. E anche se claudicanti,
ci stiamo forse incamminando sulle vie della pace. Nel riconoscimento
di tutti gli uomini come nostri fratelli. L'importante, del resto,
non è cambiare il nome alle cose. L'importante è cambiare
il nome a noi stessi. Non è forse vero che da quella notte
tu, il vecchio falsario, uscisti col nome mutato e, invece che Giacobbe,
ti chiamasti Israele per sempre?
Grazie, Israele. Perché sulle tracce della tua storia, percepiamo
odori di terra promessa. Avvertiamo che la notte sta per finire. E
tra poco suonerà pure per noi il gong dell'aurora.
A.
Bello