...Sotto
il fico
17.09.04
- Francesco, l'uomo amante alla ricerca del volto di Cristo
Settembre
1224. Francesco d'Assisi, assetato di solitudine e d'intimità
col suo Signore, sceglie ancora una volta di salire sul monte della
Verna, il suo Oreb, per trascorrere una quaresima, un tempo prolungato
di deserto e preghiera
. Ci arriva in un momento particolarissimo
della sua vita, prostrato ormai nel corpo dalla malattia (nonostante
i suoi quarantadue anni!) e soprattutto nell'animo, a causa dei conflitti
interni all'Ordine per la redazione della Regola.
La fraternitas delle origini, dono gratuito del Padre ad un libero
cercatore della Sua volontà, con l'accorrere imprevedibile
di numerosissimi fratelli da ogni parte d'Europa, necessità
di essere regolamentata, istituzionalizzata
Francesco deve rinunciare
in parte al suo sogno, deve accettare che la creatura partorita nello
Spirito, si emancipi da lui
E' l'espropriazione estrema; una
purificazione dolorosissima che l'Amato chiede all'amante: davvero
Francesco può dire con il salmista: "quando hai nascosto
il tuo volto, io sono stato turbato
".
Quello che si consuma sullo scoglio di roccia del Casentino è
un dramma d'amore che prevede un io e un Tu
una creatura già
toccata dalla Grazia e un Dio che lascia sondare in parte le proprie
profondità
Dice Bonaventura (Legenda Maior, FF 1223) che "la Provvidenza
divina trasse" Francesco "in disparte e lo condusse su un
monte
" , come aveva già condotto il Figlio nel deserto
L'iniziativa, come sempre è di Dio
Ma Francesco non ha
mai mancato di metterci la sua parte
senza incrinature
Ricorda il Celano, primo biografo (FF 480), che egli "studiava
con tutta la mente e con tutto l'amore di conoscere quale modo, quale
via o quale desiderio potevano essere più adatti per raggiungere
un'unione ancora più perfetta col Signore
secondo il decreto
della Sua volontà".
Quale via per raggiungere un'unione più perfetta? Ancora una
volta, la via non poteva che essere una, il Cristo, la conformazione
a Lui, che Francesco ha alimentato in tutta la sua vita, progressivamente
come desiderio costante, innamorato. Tutto l'essere teso in un desiderio
che possa generare l'unione. Ma secondo la Sua volontà, nell'obbedienza
ad un disegno che si svela giorno dopo giorno
Francesco desidera infatti questo, prosegue Celano ( FF 481): che
si compia "in lui totalmente la misericordiosa volontà
del Padre celeste". La volontà di Dio sull'uomo è
sempre di misericordia e di salvezza; lo è anche per Francesco,
lo è anche alla Verna.
Francesco interroga il Vangelo, il Cristo fatto Parola per indagare
quella volontà di misericordia: l'apertura successiva dei tre
vangeli sulla Passione sembra esprimere, dichiarare la pedagogia di
Dio, che prepara quasi e orienta il desiderio del suo servo.
A frate Leone che, trasgredendo al comando del Santo, sul fare dell'alba
lo sta cercando nella foresta ( Fioretti, FF 1915), Francesco appare
"ginocchioni, in orazione con la faccia e le mani levate al cielo
in fervore di spirito" capace solo di ripetere : "Chi sei
tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io?" Lo sguardo rivolto
ad un altro Sguardo
E Dio che parla con Francesco velato da
una fiaccola di fuoco, come aveva fatto col suo servo Mosè
dal roveto ardente. Dio non rivela ancora totalmente il Suo Volto
Francesco fa entrare per un momento frate Leone, e con lui anche noi,
in quella sua intimità col Signore in una catechesi, per così
dire, che rivolge al suo fratello, legittimamente piuttosto turbato
da ciò che ha visto. "Sappi, frate pecorella di Dio
(FF 1916) che quando io diceva quelle parole
mi erano mostrati
due lumi (verità?), l'uno della notizia e conoscimento di me
medesimo, l'altro della notizia e conoscimento del Creatore".
Dio rivela a chi lo cerca con tutto se stesso il Suo Volto, ma gli
rivela anche, insieme, la verità su di sé
insomma
ci rivela il nostro volto, ci rivela a noi stessi! (Chiara lo sottolinea
rivolgendosi ad Agnese di Praga: "Porta l'anima tua in questo
specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto
").
Che cosa ha visto/conosciuto di Dio Francesco? "L'infinita bontà
e sapienza
". E di noi uomini? "Quando dicea "Che
sono io? Io vedea il profondo lacrimoso della mia viltà e miseria,
e però dicea: Chi sei tu, Signore
che degni di visitare
me che sono un vile vermine
" Quel però è
fondamentale: la miseria dell'uomo è un fatto, un dato di fin
troppo accessibile constatazione. Ma c'è la chiara consapevolezza
in Francesco che quella miseria è degnata dalla visita di Dio,
è l'interiorizzazione piena del mistero dell'Incarnazione.
Ecco il vero volto dell'uomo: siamo creature salvate dalla misericordia
di Dio! Francesco, riverso a terra, vermine, humilis, cioè
fatto di terra può dire con Maria "Il Signore ha guardato,
cioè ha rivolto lo sguardo all'umiltà del suo servo".
E' lo stile di Dio, e Dio non si smentisce. Dio si piega, ma lo fa
per sollevare l'uomo; l'umanità caduta si vede restituita la
dignità dallo Sguardo amoroso e interessato di Dio.
L'anima
di Francesco è sempre più infiammata dall'amore, come
la fanciulla del Cantico dei cantici, e rompe gli argini, prorompendo
in quella richiesta "folle": "O Signore mio, Gesù
Cristo, due grazie ti priego.." (lettura) provare l'amore e il
dolore, il dramma umano del Cristo durante la Passione. E Dio, sedotto,
per così dire, dalla tenerezza di Francesco, risponde.
Non è più il Dio velato in una vampa di fuoco, neppure
il Cristo-Parola dei vangeli: è l'immagine, l'icona vivente
e santificante di Cristo stesso che si rivela al suo servo Francesco.
E' un incontro tra amante e amato e come ogni vero incontro genera
subito una dinamica affettiva, emotiva di risposta.
Francesco, racconta il Celano (FF 484), "era invaso da viva gioia
.per lo sguardo bellissimo e dolce col quale il Serafino lo guardava,
di una bellezza inimmaginabile; ma era contemporaneamente atterrito
nel vederlo confitto in croce nell'acerbo dolore della passione".
E' una tempesta di sentimenti che agita il cuore di Francesco: gioia,
dolcezza, compassione, paura
E' il Volto del Cristo insieme
sfigurato (ecce homo), ferito e trasfigurato (la bellezza del risorto)
che si comunica a Francesco.
Precisa Bonaventura ( FF 1225), che Francesco "provava letizia
per l'atteggiamento gentile con il quale si vedeva guardato da Cristo":
sembra dunque esserci un'esperienza e una percezione nettissima di
questo sguardo di benevolenza, misericordia che si posa su di lui,
facendone l'oggetto delle attenzioni divine", ma il vederlo confitto
in croce gli trapassava l'anima con la spada dolorosa della compassione":
è la risposta partecipata, intensa, di immedesimazione di fronte
a questo sguardo d'amore di quel Dio "che volle, per eccesso
di carità, essere crocefisso" (FF 1225). Francesco ha
compreso con la sapienza del cuore e interiorizzato da tempo il significato
di quelle ferite e può dire con l'apostolo Pietro "dalle
sue piaghe siamo stati guariti".
Lo
sguardo di Dio è sempre uno sguardo trasformante.
E Francesco viene trasformato dal dito di Dio nell'icona vivente di
Cristo: i segni della Passione incidono la sua carne. Dio scrive e
porta a compimento la sua immagine nel corpo e nell'anima di Francesco.
Egli ha voluto specchiarsi nel dolore trasfigurato che emana dal Volto
di Cristo, scoprendo che Gesù è uno specchio che non
ci riflette solo la nostra vera immagine, ma ci comunica la Sua. E
ora riflette nitidamente l'immagine del suo Signore e può dire
con l'Apostolo Paolo:"Non sono più io che vivo, ma è
Cristo che vive in me".
Si possono riferire a Francesco, stigmatizzato alla Verna, le parole
dei Padri (Simeone il Nuovo Teologo) che ricordano: "Chi guarda
la luce diventa luce a sua volta; la luce trasforma in luce coloro
che illumina".
Mariangela
Antifora