...Sotto
il fico
09.11.04
- Percorsi fatti e questioni aperte nei rapporti ebraico-cristiani
oggi
È
per me un onore avere questa sera l'opportunità di parlare
a questa stimata assemblea e di parlare dei trent'anni della Pontificia
Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo. Sono convinto
di non esagerare affermando che i quasi quarant'anni dalla promulgazione
di "Nostra aetate" (n. 4) - festeggeremo infatti il 40°
anniversario del documento il prossimo anno - possono essere considerati
tra i più sorprendenti sviluppi del XX secolo; essi hanno cambiato
radicalmente la situazione delle relazioni ebraico-cristiane formatesi
in duemila anni di storia e ciò ha avuto un impatto positivo
per il mondo intero
L'urgenza di stabilire migliori relazioni ebraico-cristiane è
ancora più grande in questi mesi segnati dal tragico e sanguinoso
conflitto tra Israeliani e Palestinesi nel Medio Oriente, un conflitto
che non può lasciarci indifferenti, a causa delle innumerevoli
vittime innocenti da entrambe le parti. Anche se in questo contesto
non siamo chiamati a trattare degli aspetti politici di questo conflitto,
tali aspetti tuttavia non possono essere messi da parte completamente
perché evocano problemi etici fondamentali e sono intimamente
legati alla dimensione religiosa, che è il solo mandato della
Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo.
Alcuni sono del parere che questo conflitto preannunci la fine del
dialogo o quantomeno conduca ad un "impasse". Io non condivido
questa visione pessimistica. Al contrario, questo tragico conflitto
evidenzia precisamente l'urgenza del dialogo tra le tre religioni
abramiche: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Il conflitto del Medio
Oriente dimostra ciò che è già stato affermato
più volte: non può esserci pace nel mondo senza pace
tra le grandi religioni.
Questa
idea ci aiuta a capire l'urgenza del lavoro della Commissione Pontificia
e le sfide che le si presentano, argomento sul quale mi è stato
chiesto di parlare questa sera. Spero di non sembrare arrogante se
dico che perfino in questo conflitto la nostra Commissione è
e vuole essere un piccolo e modesto segno di speranza, una piccola
luce che brilla nell'oscurità.
1.
L'inizio di un nuovo inizio. Prima di parlare degli sforzi attuali,
vorrei ricordare gli inizi della nostra Commissione. È scontato,
ma vale comunque la pena ricordare che solo coloro che conoscono la
storia possono comprendere il presente e "gestire" il futuro.
E vale anche la pena ricordare che la Commissione è stata una
sfida fin dal suo istituzione. Fu iniziata indirettamente da Papa
Giovanni XXIII che era stato eletto per essere un Papa di transizione,
un Papa "ad interim" per così dire, ma che divenne
l'architetto della transizione nella Chiesa e indirettamente nel mondo,
poiché con il suo pontificato è la Chiesa stessa che
vive in una situazione "ad interim" e in una situazione
di transizione. Uno dei cambiamenti fondamentali a cui Papa Giovanni
XXIII diede vita fu l'inizio di una nuova era nelle relazioni tra
cristiani ed ebrei. "I am Joseph your brother - Sono Giuseppe
vostro fratello" - disse agli ebrei che incontrò poco
dopo la sua elezione. Il Venerdì Santo del 1959 abolì
dalla liturgia la formulazione che parlava di "perfidi ebrei".
Questa era una nuova impostazione, alla quale non si era abituati
dopo tanti secoli in cui le relazioni tra ebrei e cristiani erano
tutt'altro che fraterne e amichevoli.
Dopo un lungo periodo contrassegnato da un "linguaggio del disprezzo"
(Jules Isaac), i primi contatti avvennero - paradossalmente - nei
campi di concentramento nazisti, dove ebrei e cristiani insieme dovevano
confrontarsi spesso con un sistema totalitario barbarico e neo-pagano
e insieme scoprivano la comune eredità e i comuni valori. Più
tardi ci sono stati dei precursori coraggiosi che hanno preparato
e spianato la strada. Ebrei come Leo Baeck, Franz Rosenzweig, Martin
Buber, Jules Isaak, Schalom Ben-Chorim, Joseph Klausner, David Flussner
e tanti altri, e cattolici come Jacques Maritain in Francia e Gertrud
Luckner in Germania. Papa Giovanni XXIII stesso quando era Nunzio
a Istanbul durante la Seconda Guerra Mondiale intervenne personalmente
per salvare innumerevoli ebrei. Il suo stesso comportamento quindi
ha reso credibile la volontà di intraprendere una nuova fase
di relazioni.
Ma per implementare un tale nuovo inizio può essere una sfida
anche per un Papa. Secondo la dottrina cattolica i Papi hanno la pienezza
della giurisdizione all'interno della Chiesa cattolica; ma sarebbe
ingenuo pensare che lo stesso Papa non sia condizionato da coloro
che gli sono attorno. Papa Giovanni XXIII fu fortunato nel trovare
un valido collaboratore nella persona del Cardinale Augustin Bea.
Di nazionalità tedesca, uno studioso del Vecchio Testamento,
altamente stimato e allo stesso tempo un uomo che conosceva la Curia
e che sapeva come trattare con essa, il Cardinale Bea era dotato di
saggezza, prudenza e coraggio, sensibilità umana ed era una
mente spirituale attenta. Il Papa lo nominò Presidente dell'allora
Segretariato per la Promozione dell'Unità dei Cristiani (1960).
Ma fu solo nel 1974 che la Pontificia Commissione per i Rapporti Religiosi
con l'Ebraismo fu istituita all'interno di quello che ora si chiama
"Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei
Cristiani".
Il lavoro dell'allora Segretariato e più tardi della Commissione
fu una sfida fin dall'inizio. Le sfide aumentarono quando Papa Giovanni
XXIII dopo una memorabile visita di Jules Isaac nel giugno 1960 decise
che il Concilio Vaticano II, che egli aveva convocato con grande sorpresa
della Curia e di tutta la Chiesa, pubblicasse una Dichiarazione sugli
ebrei e incaricò il Cardinale Bea di prepararla.
La strada che si apriva sarebbe diventata una strada in salita. Dopo
che il documento fu approvato dal Concilio, il Cardinale Bea disse
ad un amico: "Se prima d'iniziare avessi saputo tutte le difficoltà
[che ho dovuto superare], non so se avrei avuto il coraggio di prendere
questa strada." Ci fu forte opposizione sia dall'esterno che
dall'interno. Dall'interno emersero i vecchi e ben conosciuti modelli
di anti-giudaismo tradizionale, dall'esterno ci furono aspre proteste
soprattutto da parte dei paesi musulmani che minacciavano seriamente
i cristiani che vivevano in quei luoghi come piccole minoranze. Per
salvare il salvabile venne deciso di inserire la suddetta Dichiarazione
come un capitolo della "Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa
con le religioni non cristiane", che più tardi doveva
essere conosciuta come "Nostra aetate".
Questo fu tuttavia un compromesso, poiché il Giudaismo non
è una religione tra le religioni non cristiane ma, come afferma
chiaramente il Capitolo 4 della Dichiarazione, la Cristianità
ha un rapporto particolare e unico con il Giudaismo. Non possiamo
definire la Cristianità e la sua identità senza fare
riferimento al Giudaismo, e ciò non si può dire nel
caso dell'Islam, del Buddismo o di ogni altra religione. Il Giudaismo
appartiene alla radice stessa della Cristianità. Ma per condividere
questa convinzione, per formularla e per trovare una maggioranza in
seno al Concilio non fu un'impresa facile. Il noto Arcivescovo francese
Lefèbvre non fu l'unico che si oppose; ce ne furono tanti altri,
provenienti soprattutto dai paesi a maggioranza musulmana.
Alla fine si giunse a due importanti, e rinomate, decisioni del Concilio.
Da una parte, il rifiuto di tutti i tipi di antisemitismo e dall'altra,
il ricordo delle radici ebraiche della Cristianità, del comune
patrimonio quali figli di Abramo nella fede. L'attuale Papa, Giovanni
Paolo II, ha perseguito queste intuizioni con forza e ha approfondito
entrambi questi aspetti. Per lui l'antisemitismo è una crudele
violazione dei diritti umani, va contro la dignità di ogni
persona, che non è legata alla discendenza, alla cultura, alla
religione o al sesso, ed è in netta contraddizione con ciò
che è espresso nella prima pagina della Bibbia stessa, che
Dio ha creato l'essere umano e ciò significa che: ha creato
ogni singola persona a sua immagine e somiglianza, così che
ogni persona possiede una dignità immensa che richiede un rispetto
assoluto dal suo prossimo. L'antisemitismo è un peccato.
Nel corso del suo lungo pontificato, Giovanni Paolo II ha ripetuto
più volte e in varie circostanze che il popolo ebraico è
il popolo scelto e amato da Dio, il popolo dell'alleanza con Dio,
che non si è mai interrotta ed è ancora viva, proprio
per la fedeltà di Dio. Quando il Papa visitò il Tempio
Maggiore di Roma definì gli ebrei "i nostro fratelli maggiori
nella fede di Abramo". La prima domenica di Quaresima dell'anno
2000 e in una commovente immagine presso il Muro del Pianto a Gerusalemme,
il Papa pregò chiedendo perdono per tutti i peccati che i cristiani
avevano commesso contro gli ebrei e definì la Shoah il Calvario
del XX secolo.
Quindi, entrambi i pontificati di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo
II hanno iniziato - come speriamo - un nuovo periodo storico di amicizia
tra ebrei e cattolici in questo nuovo secolo e in questo nuovo millennio.
Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II si sono impegnati a dimostrare
che la conversione, la riconciliazione e un nuovo inizio sono possibili.
2.
Cosa è accaduto nel frattempo. Il riferimento ad alcune importanti
dichiarazioni del Papa attuale sta a significare che la sfida non
è finita con la chiusura del Concilio nel 1965. Gli ostacoli,
l'opposizione, i conflitti e i problemi, e di conseguenza le sfide
sono continuati. Ma è anche stato fatto un enorme progresso.
Redigere una buona dichiarazione conciliare è una cosa, ma
farla conoscere e far sì che sia recepita nella globalità
della Chiesa universale, e ancora di più implementarla perché
sia conosciuta alla base, è un'altra cosa.
I decenni che seguono qualsiasi Concilio sono caratterizzati da un
vivo dibattito e a volte un profondo conflitto riguardante la giusta
interpretazione e la realizzazione adeguata del Concilio, e questo
processo non è stato diverso nella considerazione del IV Capitolo
della Dichiarazione "Nostra aetate".
La Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo
- guidata dopo il Cardinale Bea dal Cardinale Willebrands e dal Cardinale
Cassidy - si è impegnata incondizionatamente in questo senso.
La Dichiarazione del Concilio era solo l'inizio di un nuovo inizio
ed era necessario costruire sulle fondamenta che il Concilio aveva
posto e tradurre il messaggio conciliare non solo nella lingua ma
anche nelle situazioni e nei contesti più diversi. Le nuove
generazioni di adesso non erano nate quando il Concilio terminò
39 anni fa; per loro esso rappresenta storia remota. Quindi dobbiamo
trasmettere e ritrasmettere il messaggio del Concilio alle nuove generazioni.
Superare l'antisemitismo e promuovere relazioni positive e amichevoli
tra le due comunità di fede non può essere attuato solo
una volta, perché è un impegno educativo permanente.
Segni allarmanti manifestatisi negli ultimi mesi che riguardano l'insorgere
di un nuovo antisemitismo hanno mostrato tragicamente che c'è
ancora tanto da fare e si devono intraprendere nuovi sforzi perché
la visione conciliare sia conosciuta da tutti.
Sono stati pubblicati una serie di documenti utili: "Orientamenti
e suggerimenti per l'applicazione della Dichiarazione conciliare Nostra
Aetate N. 4" (1974), "Note sul corretto modo di presentare
gli ebrei nella predicazione e nella catechesi della Chiesa cattolica
romana" (1985), "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah"
(1998).
I documenti sono importanti, ma non sono tutto. Essi possono diventare
lettera morta; al contrario, il dialogo si sviluppa con incontri personali,
faccia a faccia. Oltre ai numerosi incontri individuali, abbiamo iniziato
anche contatti con istituzioni ebraiche. Questi contatti sono regolari
e positivi, per lo più amichevoli, a volte - e come potrebbe
essere diversamente? - anche conflittuali. Vorrei qui accennare alle
relazioni regolari e fruttuose con, per esempio, l' "International
Catholic-Jewish Liaison Committee - Comitato di collegamento ebraico-cristiano"
e al suo interno l' "International Jewish Commission for Interreligious
Consultations - Commissione internazionale ebraica per la consultazione
interreligiosa" (IJCIC), e l' "International Council of
Christians and Jews - Consiglio internazionale cristiano-ebraico"
(ICCJ).
Sarebbe tuttavia un'illusione, e in ogni caso assolutamente impossibile,
che tutto potesse o addirittura dovesse attuarsi ad un livello universale
più elevato. La Chiesa cattolica esiste - come affermò
il Concilio - "dentro e fuori delle Chiese locali", che
hanno la loro propria responsabilità. Quindi nel periodo postconciliare
molte conferenze episcopali hanno istituito delle commissioni per
il dialogo con l'ebraismo a livello locale e a loro volta hanno pubblicato
delle dichiarazioni importanti. Due grossi volumi raccolgono la collezione
di tutti questi testi.
La Commissione Pontificia segue, ispira, stimola e a volte promuove
tali attività a livello nazionale e locale. Mentre negli ultimi
decenni il dialogo è stato perseguito specialmente nel contesto
dell'ebraismo nordamericano, ora cerchiamo di promuovere tale dialogo
anche in Europa. Anche il dialogo ebraico-cristiano in America Latina
viene seguito con interesse. Nel 2002 ha avuto luogo a Montevideo
(Uruguay) l'incontro dell' "International Council of Christians
and Jews - Consiglio internazionale cristiano-ebraico"; l'ultimo
incontro internazionale dell' "International Catholic-Jewish
Liaison Committee - Comitato di collegamento ebraico-cristiano"
a Buenos Aires nel luglio di quest'anno ha evidenziato che le nostre
reciproche relazioni non sarebbero state possibili senza un forte
supporto a livello locale.
Tra
i nuovi sforzi da intraprendere, vorrei accennare soltanto a due di
essi.
Prima di tutto inizierò col menzionare l'instaurazione di relazioni
diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato di Israele (1993) preparate
e rese possibili da un precedente "Accordo fondamentale".
Negli anni tali relazioni sono state abbastanza salde e hanno resistito
alle difficili pressioni e addirittura alle profonde tensioni nel
contesto del conflitto israelo-palestinese che coinvolge anche i cristiani
della Terra Santa. Questa resta una sfida continua e possiamo solo
sperare in una imminente soluzione, giusta e pacifica, che possa essere
nell'interesse di tutte le parti.
Nonostante il contesto di questa drammatica situazione, ci ha dato
gioia iniziare un dialogo ufficiale ebraico-cristiano in Israele che
include membri provenienti da Israele, nominati dal Gran Rabbinato,
e rappresentanti del Vaticano. Siamo convinti che le armi non possono
risolvere il conflitto. Esse nutrono solo l'odio da ambo le parti
e istigano un continuo cerchio di violenza. Non c'è alternativa
al dialogo; esso è un processo che rispetta gli interessi legittimi
di entrambe le parti e mira alla riconciliazione e ad una pace sostenibile.
È stato ancora più difficile affrontare la seconda sfida
per il dialogo: la riflessione sulla Shoah. La Shoah è stata
un'indicibile tragedia e un'atrocità di proporzioni senza precedenti,
un genocidio avvenuto in Europa che solleva molti interrogativi e
alla fine lascia senza parole. Per gli ebrei la memoria, il ricordo
della Shoah, con la conseguente uccisione di milioni di ebrei, divenne
un comune punto di riferimento e un elemento costitutivo della loro
identità. Per i cristiani divenne l'oggetto di un profondo
pentimento che, attraverso la riflessione teologica, è diventato
un punto di partenza per la conversione e per l'instaurazione di nuove
relazioni con il popolo ebraico.
La nostra Commissione ha raccolto queste sfide. In seguito alla pubblicazione
di importanti dichiarazioni da parte di alcune Conferenze Episcopali
e dopo lunghe discussioni e controversie, la Commissione ha pubblicato
il suo documento forse più importante, "Noi ricordiamo"
(1998). Il testo è stato accolto con rispetto, ma ha anche
incontrato una dura critica da parte del mondo ebraico. Non è
questo il contesto per ripetere tutte le argomentazioni pro e contro.
Ripeto solo ciò che il mio predecessore, il Cardinale Cassidy,
disse: "Questa è la prima, non l'ultima parola".
Ma chi avrebbe il coraggio di dire l'ultima parola? Alla fine dobbiamo
rimanere tutti in silenzio per rispetto alle vittime e per l'insondabile
mistero del Dio nascosto. È solo Dio che può e dirà
l'ultima parola alla fine dei tempi.
Questo non ci esonera comunque dal fare ciò che in effetti
possiamo fare. Ci sentiamo senz'altro obbligati a compiere tutto ciò
che è possibile per prevenire una tale atrocità nel
futuro, e quindi a capire le circostanze storiche per quanto sia possibile,
non per accusare e rimproverare o difendere e scusare, ma per imparare
e mettere in pratica quell'insegnamento per il futuro.
3.
Impegni e sfide per il futuro. Vorrei concludere con alcune osservazioni
sulle sfide e sugli impegni per il futuro. All'inizio ho affermato
che la costituzione della nostra Commissione è stata solo l'inizio
di un nuovo inizio. Ancor oggi, dopo trent'anni da quel memorabile
nuovo inizio, siamo ancora all'inizio. Permangono problemi difficili
e sorgono nuove sfide.
In primo luogo, tra i gravi problemi che ancora persistono ci sono
problemi storici che riguardano la storia comune, spesso difficile.
Inoltre oltre all'impatto ebraico nella storia, nella liturgia, nello
studio della Bibbia cristiana, ma anche nella letteratura, nella filosofia
e nell'arte, c'è anche la meno nota influenza cristiana sull'ebraismo,
che si costituì nella sua forma rabbinica post biblica dopo
la distruzione del tempio in opposizione alla Cristianità,
ma nonostante ciò ricevette più tardi ancora l'influenza
cristiana. Oltre alle questioni dell'Olocausto, c'è ancora
molto lavoro di ricerca che deve essere compiuto.
In secondo luogo ci sono ancora problemi teologici fondamentali. Siamo
ancora lontani da una teologia del Giudaismo, il problema di una o
di due alleanze e ciò significa la relazione teologica tra
il Giudaismo e la Cristianità. Ebrei e cristiani, con tutto
quello che hanno in comune, sono e rimangono su posizioni diverse
nelle concezioni fondamentali che sono costitutive delle loro rispettive
identità. Quindi non dovremmo accostarci al dialogo ebraico-cristiano
con aspettative ingenue di una comprensione armoniosa. Il dialogo
ebraico-cristiano rimarrà un dialogo difficile.
Proprio quando non ignoriamo semplicemente la nostra diversità,
ma piuttosto la "comprendiamo", solo allora possiamo imparare
l'uno dall'altro. C'è ancora una considerevole ignoranza da
entrambe le parti e l'ignoranza è una delle radici del pregiudizio
reciproco. Per questa ragione attualmente stiamo considerando il modo
di includere alcune conoscenze basilari del Giudaismo nella formazione
dei futuri sacerdoti; allo stesso modo la formazione dei futuri rabbini
dovrebbe includere alcune conoscenze basilari della Cristianità.
Come terzo e ultimo punto, che per me in questo momento e in questo
contesto è il più importante, vorrei accennare alla
cooperazione pratica. Penso che una cooperazione pratica, sociale
e caritativa, come l'abbiamo intrapresa sia stata il più importante
passo e il vero progresso che abbiamo fatto a Buenos Aires. Insieme
abbiamo iniziato e siamo riusciti ad aiutare i bambini che più
soffrono a causa della terribile crisi economica in Argentina e speriamo
che in futuro tali attività possano svilupparsi anche in altre
parti del mondo. La tradizione rabbinica ha espresso ciò che
si vorrebbe attuare in questa frase: "Colui che ha salvato un
essere umano ha salvato il mondo".
Ebrei
e cristiani - nemici da tanto tempo se non addirittura indifferenti
l'uno all'altro - dovrebbero sforzarsi a diventare alleati. Hanno
un enorme patrimonio comune da salvaguardare: la comune concezione
della persona umana, la sua dignità unica e la responsabilità
davanti a Dio, la comprensione del mondo come creazione, il concetto
di giustizia e di pace, il valore della famiglia, la speranza della
salvezza definitiva e della sua realizzazione.
In questa prospettiva il nostro dialogo in futuro non dovrebbe solo
trattare di questioni religiose di principio; neppure dovrebbe essere
dedicato solo alla comprensione del passato. Il nostro patrimonio
comune dovrebbe essere adoperato con vantaggio in risposta alle sfide
contemporanee: la santità della vita, la protezione della famiglia,
la giustizia e la pace nel mondo, il problema del terrorismo e l'integrità
della creazione, per citare solo alcune sfide. Dopo la tragedia della
Shoah, sia ebrei che cristiani sono chiamati ad intervenire responsabilmente
nel prevenire una nuova e simile catastrofe umana.
"Il nostro impegno è passare alle nuove generazioni i
tesori e i valori che abbiamo in comune, così che l'uomo non
possa mai più disprezzare il proprio fratello e i conflitti
o le guerre non possano mai più scatenarsi nel nome di un'ideologia
che disprezza una cultura o una religione. Al contrario, le diverse
tradizioni religiose sono chiamate a mettere il loro patrimonio al
servizio di tutti nella speranza di costruire insieme la comune casa
europea, uniti nella giustizia, nella pace, nell'equità e nella
solidarietà" (Giovanni Paolo II al Congresso europeo ebraico-cristiano,
Parigi, 28-29 gennaio 2002).
Ebrei e cristiani insieme possono soprattutto mantenere la speranza.
Perché dalle amare e penose lezioni della storia, essi possono
testimoniare che - nonostante la diversità e l'essere "estranei"
e nonostante la colpa storica - la conversione, la riconciliazione,
la pace e l'amicizia sono possibili. Possa quindi il nostro secolo
diventare un secolo di fratellanza - spalla a spalla, l'uno accanto
all'altro. Shalom!
Card.
Walter Kasper,
Relazione alla Pontificia Università Gregoriana (19.10.04).
in occasione dei Trent'anni della Commissione per i Rapporti Religiosi
con l'Ebraismo
(Sidic)