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...Sotto il fico 04.10.05 – San Francesco davanti al sultano Nell'aprile 1213 Innocenzo III indiceva un Concilio e contemporaneamente bandiva un'altra crociata, la quinta, presentandola come appello al servizio feudale che i signori del mondo, “vassalli del Re dei Re”, avrebbero dovuto prestare. La crociata che aveva bandito nel 1204, la famigerata quarta crociata, era stata strumentalizzata dai veneziani e, lungi dal concludersi con la liberazione del Santo Sepolcro, era finita col saccheggio della cristiana Costantinopoli, dimostrando quale fosse il vero animo dei potenti che partecipavano a queste imprese. Tra le persone che si recarono in Terra santa in occasione della quinta crociata c'era anche Francesco. Egli partì, probabilmente da Ancona, nel giugno 1219 e si diresse ad Acri per incontrare i suoi frati che già da tempo si erano dispersi nel mondo per evangelizzarlo. La scena militare si svolgeva a Damietta, dove i crociati, talmente disorganizzati da farsi sorprendere dalle piene del Nilo, e gli arabi guidati dal nipote del Saladino al-Malik al-Kamil, “il re perfetto”, si fronteggiavano senza risultati decisivi. Su quel che Francesco ha fatto a Damietta non siamo molto informati: gli storici pensano che molte notizie tramandate siano per lo più leggendarie. Uno storico accreditato come Franco Cardini ci invita a non accettare acriticamente l'idea di un Francesco che, pacifista ante litteram, si sarebbe battuto contro le crociate: “si sono forzate le fonti per leggere – in un episodio in cui Francesco sconsiglia i crociati di dar battaglia avendo avuto dal Signore la visione della sconfitta, e che rientra in una tradizione agiografica abbastanza consueta – una specie di astuzia cui il santo sarebbe ricorso al fine di impedire quel combattimento, non si intende bene in quale prospettiva; si è infine sostenuto, senza giustificazione alcuna, che avrebbe predicato ai crociati di gettare le armi”. Si tratta, secondo Cardini, di non farsi condizionare dalla nostra idea di santità, di innamorarci troppo di un'immagine di Francesco come lo vorremmo noi oggi, che sarebbe priva di credibilità storica: all'epoca la percezione più semplice delle crociate era quella di un'occasione di martirio, e in epoca di eresie frequenti la posizione che Francesco doveva ritenere più adatta era quella di mantenere disciplina e obbedienza nei confronti della Chiesa, che aveva voluto la crociata. Certo, Francesco non smentì il suo stile, come capiamo da quello che scriveva nella Regola due anni dopo: “I frati poi che vanno fra gli infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio, e confessino d'essere cristiani. L'altro modo è che, quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio perché essi credano in Dio onnipotente Padre, Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose, e nel Figlio Redentore e Salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani”. Egli prescriveva ai frati di sottomettersi alle leggi dei saraceni, per essere più credibili nella loro testimonianza: una visione profetica della missione, sconosciuta all'epoca. Ricostruzione dei fatti Tornando ai fatti, nel 1219, dopo due tentativi andati a vuoto, Francesco e frate Illuminato partirono per la Siria (dove il poverello aveva deciso due anni prima di fondare una provincia, con frate Elia come ministro) e di lì per Damietta. Ma cosa fece Francesco arrivato a Damietta? Dovrebbe aver assistito alla battaglia del 29 agosto 1219, terminata con la sconfitta dei crociati; poi si incontrò con il sultano al-Kamil tra settembre e ottobre, in coincidenza con un periodo di tregua e trattative diplomatiche. Poi abbandonò l'oriente a novembre, nel mese in cui i crociati conquistarono la città. Le fonti crociate e francescane non combaciano. Secondo la tradizione Francesco sarebbe andato in cerca del sultano; preso prigioniero dai saraceni, che lo avrebbero picchiato, si sarebbe comunque fatto portare dal loro signore, che lo avrebbe ascoltato con interesse; poi il sultano si sarebbe preoccupato che il frate potesse suscitare conversioni tra i suoi uomini; quindi avrebbe congedato il frate, implorandolo di pregare Dio anche per lui, per fargli conoscere la fede migliore. Analizzando le fonti e la tradizione, si può pensare che Francesco, inerme, lacero e sporco sia stato accolto dai musulmani con rispetto perché considerato pazzo o asceta, e che il sultano lo abbia ascoltato con benevolenza e ospitato nella sua tenda. Si può pensare che abbia avuto luogo una disputa tra dotti sul tema della religione: effettivamente il cippo funerario del mistico Farisi, direttore spirituale del sultano, ricorda l'incontro “con il famoso monaco”. Chissà se il piccolo corno da caccia in avorio e argento custodito oggi ad Assisi sia un dono del sultano al piccolo frate. Si può solo immaginare il contenuto del colloquio tra il frate e il nipote del Saladino. Ma il suo gesto resta comunque potente dal punto di vista della liberazione di un immaginario della speranza: Francesco ha già baciato il lebbroso, rompendo il muro dell'indifferenza verso i malati, e ha già prescritto ai frati di non cacciare in malo modo i ladroni dai conventi, superando al logica che divide il mondo in buoni e cattivi: adesso esce dal campo dei crociati verso il “nemico” per eccellenza, disarmato o armato solo della forza della fede, e rischiando la propria vita riesce a incontrare il sultano: l'incontro tra due fedi e culture diverse, in cui Francesco scopre che anche i musulmani hanno una profonda anima religiosa; molto probabilmente un dialogo tra spiriti religiosi, dimostrazione – purtroppo non seguita dai politici – che un terreno di confronto e non di scontro era disponibile; un incontro andato a buon fine (perché l'intento di Francesco era testimoniare, non convertire), se è vero che il sultano avrebbe voluto ricompensare Francesco riempiendolo di doni, ma Francesco ha rifiutato in nome della povertà. Francesco non poté visitare i luoghi santi, peraltro in mano araba e difficilmente accessibili: dovrebbe essere ripartito a novembre, prima che i viaggi lungo il Mediterraneo diventassero più pericolosi. Peraltro, contrasti sulla pratica del digiuno, interferenze sul controllo delle Clarisse, il rischio di uno scisma in seno all'Ordine stesso e l'abbandono (sporadico) della Regola di assoluta povertà lo richiamavano precipitosamente tra i suoi fratelli. Stefano Curci [ www.saveriani.bs.it/cem ]
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