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il fico
02.08.06
- "La nostra missione di riconciliazione con il popolo ebraico
Giudaismo
e cristianesimo.
"A tempo opportuno e inopportuno" (2Tm 4,2).
Nel corso di questo Sinodo, il mio pensiero va particolarmente verso
il popolo ebraico, poiché è proprio esso che - tra tutti
i popoli - deve essere il primo beneficiario della doppia missione
di riconciliazione e di penitenza della Chiesa, in un cammino autenticamente
religioso, a causa del legame originale che unisce giudaismo e cristianesimo.
1.
La nostra missione di riconciliazione con il popolo ebraico
Leggiamo già in Isaia (19,25) questa straordinaria promessa
del Signore: "Siano benedetti l'Egitto mio popolo, l'Assiria
opera delle mie mani, e Israele mia eredità". Vediamo
che questa profezia si compie al di là di ogni speranza, quando
san Paolo dà agli Efesini il segno più chiaro di una
riconciliazione che è Cristo stesso: "Egli ha voluto,
del giudeo e del pagano, creare in se stesso un solo uomo nuovo, e
riconciliarli con Dio in un solo corpo per mezzo della croce"
("Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale
ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere
con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha
anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,
per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua
grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù"
Ef 2,4-7).
L'immagine paolina - nella lettera ai Romani (2,16-24), dell'ulivo
vero che è Israele sul quale sono stati innestati i rami dell'ulivo
selvatico che sono i pagani, permette di cogliere meglio il carattere
privilegiato delle nostre relazioni con il giudaismo: "non menar
tanto vanto contro i rami! Se ti vuoi proprio vantare, sappi che non
sei tu che porti la radice, ma è la radice che porta te"
(Rm 11,18). Bisogna riconoscere che abbiamo troppo spesso dimenticato
questa radice giudaica, che rimane santa, "poiché i doni
e la chiamata di Dio sono irrevocabili" (Rm 11,29).
La grande, inevitabile domanda che si è posta alla Chiesa è
quella della vocazione permanente del popolo giudaico, del suo significato
per i cristiani stessi. Non è sufficiente scoprire la ricchezza
del nostro patrimonio comune. Poco alla volta, a seguito del Concilio
Vaticano II, la Chiesa, senza nula perdere della sua originalità,
prende coscienza che essa è tanto più verdeggiante in
quanto vive della sua radice giudaica. La perennità del popolo
giudaico non comporta solo per la Chiesa un problema di relazione
esterna da migliorare, ma un problema interno che tocca la sua propria
definizione. Questa relazione, che non può essere vissuta che
come una tensione serena, non è forse uno degli elementi del
dinamismo della storia della salvezza? Come nella parola, essa ricorda
che nessuno dei due figli può impadronirsi della totalità
dell'eredità: ciascuno è per l'altro, senza gelosia,
testimone della gratuità della misericordia del Padre. Essa
è anche una grande emulazione tra colui che attende un Messia
futuro e colui che attende il suo ritorno. Franz Rosenzweig, dopo
aver citato il Midrash che dice: "Alla sua morte, al giudeo non
sarà posta che una domanda: hai sperato nella redenzione?,
aggiunge: tutte le altre domande sono per voi cristiani. Da qui, prepariamoci
insieme nella fedeltà a comparire davanti al Giudice Celeste!".
Queste prospettive sono ancora poco familiari alla nostra mentalità,
perfino alla nostra ecclesiologia. Ma è da questa parte, mi
pare, che dobbiamo proseguire su un terreno esegetico difficile da
esplorare. Altrimenti, il diaologo ebraico-cristiano rimane superficiale
e pieno di restrizioni mentali. Fintanto che il giudaismo rimarrà
estraneo alla nostra storia di salvezza, saremo alla mercé
dei riflessi antisemitici. Dobbiamo anche guardare alla rottura delle
origini tra Israele e la Chiesa come il primo scisma, il "prototipo
degli scismi" (Cluade Tresmontant) in seno al popolo di Dio.
2.
La nostra missione di penitenza per il nostro atteggiamento nei confronti
del popolo ebraico
Dopo aver definito fino a dove dovrebbe arrivare la nostra missione
di riconciliazione con il popolo ebraico, dobbiamo ora prendere sul
serio la nostra missione di penitenza, di pentimento per il nostro
secolare atteggiamento nei suoi confronti. Nessun calcolo di opportunismo,
nessun rischio di recupero politico può farci sottrarre a questo
dovere di giustizia che, bene assunto, deve al contrario aiutarci
ad essere anche solidali con quanti si rivendicano della stessa discendenza
di Abramo. Come vescovo di una città che ha un uguale ed importante
numero di ebrei e di musulmani (80.000 ebrei e 80.000 musulmani in
un porto di un milione di abitanti), posso testimoniare che gli uni
e gli altri vivono in buona convivialità e che con le due comunità
ho buone relazioni umane e pastorali.
Sappiamo domandare perdono al Signore e ai nostri fratelli che sono
stati così spesso ricoperti dell' "insegnamento del disprezzo"
(Jules Isaac) e caduti nell'orrore dell'olocausto.
Mettiamo tutto alla prova perché sia riparato ciò che
deve essere riparato.
Ricordiamoci dei profeti e dei salmisti, di tutti i poveri del Signore,
che in una lunga serie di generazioni, giungono a Maria, figlia di
Sion.
Ma ricordiamoci anche dei loro attuali discendenti: di coloro che,
per la loro connivenza carnale e spirituale con la Scrittura, per
il loro rifiuto degli idoli e così spesso per il moro martirio,
sostengono la nostra fede nel Dio tre volte santo.
Diventiamo noi stessi con Dio consolazione per l'Israele di Dio, il
suo "figlio primogenito" (Es 4,22) e, per la nostra fedeltà,
otteniamo la grazia di affrettare il giorno della sua pienezza - e
della nostra - che sarà come "una risurrezione dei morti"
(Rm 11,15).
E voi stessi, fratelli e sorelle che mi ascoltate qui, perdonatemi
per avervi portato così lontano e con tanta audacia nel "mistero
di Israele", socchiuso da un ebreo divenuto l'Apostolo dei pagani.
"O profondità della ricchezza, della sapienza e della
scienza di Dio!
Da lui, grazie a lui e per lui sono tutte le
cose. A lui la gloria nei secoli. Amen" (Rm 11,33-36).
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Roger Etchegaray - Sidic.