...Sotto
il fico
26.07.07
- La preghiera per gli Ebrei del Venerdì Santo
Alcuni
circoli ebraici ed alcuni organi di stampa hanno fatto rumore in occasione
della promulgazione del Motu proprio di Benedetto XVI sulla Messa
antica, paventando la reintroduzione della preghiera per gli Ebrei,
quella da cui Papa Giovanni tolse l'aggettivo 'perfidi'.
Forse pochi sanno che la orazione solenne per gli Ebrei del Venerdì
Santo ha una corrispondente nella birkat ha-minim (benedizione contro
gli eretici) della liturgia giudaica, che è la seguente: "Che
per gli apostati non ci sia speranza; sradica prontamente ai nostri
giorni il regno dell'orgoglio; e periscano in un istante i nazareni
(ndr. i giudeo-cristiani) e gli eretici: siano cancellati dal libro
dei viventi e con i giusti non siano iscritti. Benedetto sei tu Yahweh
che pieghi i superbi".
Così recita la XII benedizione della liturgia sinagogale nella
forma primitiva. Mentre in quella del Talmud babilonese più
diffusa oggi: "Per i calunniatori e gli eretici non vi sia speranza,
e tutti in un istante periscano; tutti i Tuoi nemici prontamente siano
distrutti, e Tu umiliali prontamente ai nostri giorni. Benedetto Tu,
Signore, che spezzi i nemici e umili i superbi".
Quanto all'Orazione solenne del Venerdì Santo, la versione
italiana del Messale Romano del 1962 dice: "Preghiamo anche per
gli Ebrei, affinché il Signore Dio nostro tolga il velo dai
loro cuori, in modo che essi pure con noi riconoscano Gesù
Cristo Signor Nostro. Preghiamo. O Dio onnipotente ed eterno, che
non rigetti dalla tua misericordia neppure gli Ebrei, esaudisci le
suppliche che ti rivolgiamo per questo popolo accecato, affinché
ammetta che il Cristo è la luce della tua verità, ed
esca così dalle tenebre".
In quella del Messale Romano del 1970 è stata così modificata:
"Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro, che li scelse
primi fra tutti gli uomini ad accogliere la sua parola, li aiuti a
progredire sempre nell'amore del suo nome e nella fedeltà alla
sua alleanza". Preghiera in silenzio. "Dio onnipotente ed
eterno, che hai fatto le tue promesse ad Abramo e alla sua discendenza,
ascolta benigno la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo
primogenito della tua alleanza possa giungere alla pienezza della
redenzione".
Osservando comparativamente le formule, si nota che quella giudaica
si serve delle invettive proprie di taluni salmi e testi profetici
(per esempio il Salmo 58), non estranee nemmeno al Nuovo Testamento;
quella cristiana dell'antico Messale riecheggia l'invito di San Paolo
alla comunità cristiana, a pregare per tutti gli uomini (cfr.
1 Timoteo 2,1), quindi per i giudei, quando le rammenta l'irrevocabilità
dell'elezione divina d'Israele (cfr. Romani 11,29) ed il mistero della
sua conversione alla fine dei tempi (cfr. Romani 11,25-26). Secondo
De Clerk, questa preghiera potrebbe essere "segno di grande antichità
delle orationes sollemnes, oppure potrebbe risalire a un periodo in
cui i giudei erano molto numerosi a Roma. Quanto all'orazione del
nuovo Messale, il tema è il popolo di Abramo, depositario delle
'irrevocabili' promesse divine e chiamato comunque "alla pienezza
della redenzione". Questa è stata sempre la coscienza
della Chiesa che nell'orazione domanda a Dio che si affretti la realizzazione
di quella promessa.
Dunque, non è il caso che i nostri 'fratelli maggiori' continuino
a scandalizzarsi della preghiera che i cristiani innalzano a Dio per
loro, quando dovrebbero agire a modificare la loro, visto che nella
prima forma e anche in quella del Talmud babilonese, non è
stata tolta la maledizione di Dio che non si concilia col suo amore
universale.
Un
po' di storia.
In realtà la querelle cesserebbe se si inquadrasse nel rapporto
tra liturgia cristiana e liturgia giudaica, da cui anche l'orazione
di lode e di intercessione ha la sua origine, come ricorda il Catechismo
della Chiesa Cattolica (1096). Infatti, il corrispondente giudaico
dell'Oratio fidelium - anche dell'anafora secondo taluni studiosi
come Adrien Nocent - è la preghiera Shemonèh Esréh
(la Tefillah delle diciotto benedizioni). Com'è noto, il cristianesimo
delle origini, e quindi la liturgia, si è posto in rapporto
di continuità e nel contempo di novità rispetto al giudaismo.
I nazareni o cristiani avevano frequentato il Tempio (cfr. Atti 2,46),
come pure le sinagoghe, finché, due decenni dopo la sua distruzione
nel 70, i giudei non introdussero nella Tefillah la XII "benedizione",
appunto la birkat ha-minim (diventarono così diciannove ma
il nome di Shemonèh Esréh non fu cambiato), ovvero una
maledizione contro la setta considerata eretica, dei giudeo-cristiani
(cfr. Atti 24,14) sia per tenerli lontani dalla sinagoga, sia per
proclamare formalmente la rottura definitiva tra le due religioni.
Accanto ai minim (dissidenti) si menzionavano i nozrim, i nazareni,
cioè i seguaci di Gesù di Nazareth, perché "spariscano
all'istante, cancellati dal libro della vita e non scritti con i giusti.
Benedetto sei tu che umili i superbi" (cfr. G. De Rosa, Gesù
di Nazareth e l'Ebraismo di ieri e di oggi. Dal rifiuto all'appropriazione
esclusiva. "La Civiltà Cattolica", 15 (2000), n 12).
Nel medesimo periodo venne comminata infatti la scomunica contro i
giudeo-cristiani, i quali pur pretendendo di rimanere dentro la sinagoga,
la dividevano nella fede, proteggevano i "gentili", soprattutto
i romani, e distruggevano il principio dommatico della habdàlàh
ossia la separazione tra circoncisi e non (cfr. H.Herts, Daily Prayer
Book with commentary. Introductions and notes, New York 1971, p 142
s.). Così nel Medioevo la pensava Maimonide e ai nostri giorni
il rabbino americano J.Petuchowski (cfr. S.Ben Chorin, Il giudaismo
in preghiera. La liturgia della sinagoga, Cinisello B.1988, p 80).
Tuttavia oggi non tutti gli ebrei nominano i nazareni e i dissidenti,
ma si limitano ai calunniatori, i cattivi e i nemici.
Quanto alle Orazioni solenni del Venerdì Santo e alla Orazione
universale o dei fedeli nella Messa, si riallacciano alla tradizione
apostolica di pregare per tutti: in particolare perché trascorrano
una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità,
quale "cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore,
il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla
conoscenza della verità" (cfr. 1 Timoteo 2,1-3). Tracce
di tale preghiera si ritrovano in Clemente di Roma, Policarpo di Smirne,
Giustino, Tertulliano e Cipriano, che sottolineano la richiesta a
Dio di giungere alla conoscenza della verità e alla salvezza
eterna. Sarà Prospero d'Aquitania (390-455), autore del celebre
"ut legem credendi lex statuat supplicandi" a riferirvisi
con più evidenza. L'autore non intendeva istituire un automatismo,
quasi che dalla preghiera derivi la norma della fede, ma dire che
diventa norma di fede quella preghiera connessa con la dottrina cattolica
conclusa con la morte dell'ultimo apostolo. In certo senso la liturgia
deve esprimere la fede cattolica e apostolica, oltre che l'unità
e la santità della Chiesa.
Tuttavia, la descrizione più antica delle orationes sollemnes
è contenuta nei Capitula, un documento annesso alla lettera
di Papa Celestino I ai Vescovi della Gallia, scritto tra il 435-442.
In particolare nella preghiera pro Judaeis dice: "ut Judaeis,
ablato cordis velamine, lux veritatis appareat". La frase evidentemente
richiama da un lato San Paolo (2 Cor. 3,12-16) e dall'altro la orazione
che, attraverso Leone Magno e i libri liturgici romani altomedievali
noti come Ordines, giunge fino alla forma del Messale romano del 1962.
Dunque le fonti liturgiche che ci tramandano le orationes sollemnes
risalgono alle tradizioni gelasiana, gregoriana e gallicana codificate
nei Sacramentari e negli Ordines romani.
L'Oratio pro conversione iudaeorum, la sesta delle orazioni solenni,
nel Messale del 1970 è intitolata semplicemente "pro iudaeis".
L'appellativo 'perfidi' è stato tolto, sebbene significasse
semplicemente 'increduli', in certo senso meglio del minim, i dissidenti
della birkat giudaica. Per l'analisi e la traduzione dell'espressione,
approvata già nel 1948 dalla Congregazione dei Riti, rimandiamo
agli studi esistenti; ma già nel 1936 il grande esegeta protestante
diventato cattolico Eric Peterson, aveva pubblicato uno studio in
cui mostrava che l'epiteto voleva dire fedifrago, in quanto i giudei
avevano stretto un patto con Jaweh al quale erano venuti meno. Tale
significato, applicato anche ai pagani, si trova in alcune opere di
Cipriano e di Ambrogio. Sant'Agostino rifacendosi alla giustizia della
fede in San Paolo, la traduce con ingiustizia e mancanza di fede.
Sulla stessa linea anche Gelasio e Gregorio Magno.
A questo punto si può dedurre che la Oratio pro iudaeis appare
in certo senso speculare alla birkat ha-minim giudaica, la maledizione
contro gli eretici; quasi una 'risposta', poiché il dato liturgico
non è mai astratto, ed entrambe risalgono allo stesso periodo,
come abbiamo visto. Alla scomunica comminata ai giudeo-cristiani e
all'accusa di "eresia" da parte dei giudei - forse durante
il sinodo di Jabne tra 90 e 100 d.C., - che volevano in tal modo sancire
la rottura definitiva del Giudaismo ufficiale con i cristiani, questi
avrebbero 'risposto' con l'inserzione della "preghiera per i
giudei". Al di là di ogni polemica, è "ragionevole
ritenere che la storia di entrambe le preghiere, il cui contenuto
era certamente noto sia ad ebrei che a cristiani alla fine del I secolo,
si sia intrecciata, dando così forma al testo liturgico così
come ci è pervenuto, salvo, ovviamente, le inevitabili modifiche
che, generalmente, i testi liturgici subiscono nel corso dei secoli"
(Annamaria Abrusci, Storia ed evoluzione delle Orazioni solenni. Il
caso della preghiera Pro Iudaeis, tesi di magistero presso l'ISSR
di Bari, anno 2000-2001, p 111-112, pro manuscripto). Ciò dimostra
ancora una volta l'influsso della liturgia ebraica e giudaica in specie
su quella cristiana. La preghiera non può essere modificata
in contraddizione con la dottrina cattolica e apostolica. Volentieri,
dunque, oggi pregheremo anche con le nuove formule del Messale Romano
di Paolo VI dove si supplica il Signore che "il popolo primogenito
della tua alleanza possa giungere alla pienezza della redenzione".
La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini
"Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza
e non facciamo come Mosé che poneva un velo sul suo volto,
perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò
che era solo effimero. Ma le loro menti furono accecate; infatti fino
ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla lettura dell'Antico
Testamento, perché è in Cristo che esso viene eliminato.
Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso
sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al Signore,
quel velo sarà tolto" (2 Corinzi, 3, 12-16).
Questo testo paolino è notoriamente la fonte dell'orazione
per gli ebrei fino al Messale del 1962. Oggi non pochi cattolici hanno
timore della conversione e così pure gli ebrei, i quali vorrebbero
che la Chiesa cattolica non sia se stessa, almeno nei loro confronti.
Ora la conversione è l'essenza del Vangelo di Gesù,
e ha designato il cammino verso di Lui di popoli e nazioni (cfr. gli
studi di E. Peterson sull'interpretazione di Romani 9-11 e il significato
della conversione). Facendo la verità nella carità e
nel rispetto della libertà, la Chiesa ha come priorità
l'annuncio del Vangelo che è la verità piena e definitiva
sull'uomo e alla quale l'uomo è chiamato a convertirsi. E'
Cristo che ha dichiarato: "Il tempo è compiuto
convertitevi
e credete al vangelo" (Marco 1,15), non 'dialogate e mettetevi
d'accordo'. San Pietro ha descritto la conversione come un percorso
irreversibile: dalla parola dei profeti, lampada che brilla in luogo
oscuro fino allo spuntare della stella del mattino (cf. 2 Pietro 1,19);
i Magi avevano cercato la verità al seguito della stella, finché
trovarono la luce vera (cfr. Matteo 2,2); san Paolo, dopo essere andato
a tastoni come in un luogo buio (cf. Atti 17,27) fino ad essere investito
da Cristo verità incarnata e convertirsi a Lui.
La Chiesa, come ha detto il Concilio, è sacramento anche in
rapporto alle religioni, cioè non solo segno ma strumento di
salvezza per tutti. Si comprende così che il cristianesimo
è una religione universale che fa conoscere il vero Dio d'Israele
(cfr. Giovanni Paolo II, "Varcare la soglia della speranza",
Milano 1994, p.112).
Il tema della salvezza in Gesù Cristo necessaria per ogni uomo
è stato riaffermato nella Dichiarazione Dominus Iesus. Il dialogo
con gli ebrei nasce dalla "coscienza del dono di salvezza unico
e universale offerto dal Padre per mezzo di Gesù Cristo nello
Spirito" (n. 13). Proprio mostrando in Cristo il compimento del
Giudaismo, la Chiesa è passata ad affrontare il mondo pagano
"che aspirava alla salvezza attraverso una pluralità di
dèi salvatori" (ivi).
Il dialogo è parte integrante della coscienza missionaria della
Chiesa; fondato sulla consapevolezza della pari dignità di
tutti gli uomini, a qualsiasi religione appartengano, e nello stesso
tempo sul primato di Gesù Cristo e della sua dottrina "in
confronto con i fondatori delle altre religioni" (Dominus Iesus,
n. 22 ).
La Chiesa propone il regno di Dio come signoria universale di Gesù
Cristo (cfr J.Ratzinger -Benedetto XVI, "Gesù di Nazaret",
Città del Vaticano 2007, cap III); Benedetto XVI cita nel suo
libro l'erudito rabbino Jacob Neusner che in un saggio del 1993 aveva
evidenziato tutta la differenza tra la Torah e Gesù. Se e quando
tutti gli uomini entreranno nella Nuova Alleanza della Chiesa, compresi
gli ebrei, è questione da lasciare allo Spirito Santo (cfr.
Varcare
, p. 112). La preghiera per gli ebrei esprime la convinzione
che l'incontro e il dialogo è "un tentativo che sta completamente
nelle mani di Dio"(Gesù di Nazaret, p 248), con un messaggio:
"Allora non abbandoneranno la loro obbedienza - (alla Torah che
permette di vedere Dio "di spalle", Ivi, p 310-311), - ma
essa verrà da fonti più profonde e perciò sarà
più grande, più sincera e pura, ma soprattutto anche
più umile"(Ivi, p 249).
Così si capiscono di più le richieste di perdono e il
gesto di Giovanni Paolo II al 'muro del pianto' e ancora prima l'intervento
del Cardinale Joseph Ratzinger alla Conferenza internazionale ebraico-cristiana
di Gerusalemme nel 1994, dove svolse la tesi della riconciliazione,
essenza di due fedi, ricordando che il sangue versato da Cristo non
grida vendetta ma appunto riconciliazione. Nessuna intenzione da parte
cattolica, dunque, di incentivare l'antigiudaismo - e speriamo da
parte ebraica nemmeno l'anticristianesimo - ma conoscenza e rispetto
reciproco, anche delle espressioni della propria fede, pregando gli
uni per gli altri.
(fides.org)