...Sotto
il fico
27.07.08
- Quale cristianesimo nel mondo postmoderno
Che
cosa posso dire sulla realtà della Chiesa cattolica oggi? Mi
lascio ispirare dalle parole di un grande pensatore ed uomo di scienza
russo, Pavel Florenskij, morto nel 1937 da martire per la sua fede
cristiana: "Solo con l'esperienza immediata è possibile
percepire e valutare la ricchezza della Chiesa". Per percepire
e valutare le ricchezze della Chiesa bisogna attraversare l'esperienza
della fede.
Sarebbe facile redigere una raccolta di lamentele piena di cose che
non vanno molto bene nella nostra Chiesa, ma questo significherebbe
adottare una visione superficiale e deprimente, e non guardare con
gli occhi della fede, che sono gli occhi dell'amore. Naturalmente
non dobbiamo chiudere gli occhi sui problemi, dobbiamo tuttavia cercare
anzitutto di comprendere il quadro generale nel quale essi si situano.
UN
PERIODO STRAORDINARIO NELLA STORIA DELLA CHIESA
Se dunque considero la situazione presente della Chiesa con gli occhi
della fede, io vedo soprattutto due cose.
Primo, non vi è mai stato nella storia della Chiesa un periodo
così felice come il nostro. La nostra Chiesa conosce la sua
più grande diffusione geografica e culturale e si trova sostanzialmente
unita nella fede, con l'eccezione dei tradizionalisti di Lefebvre.
Secondo, nella storia della teologia non vi è mai stato un
periodo più ricco di quest'ultimo.
Persino nel IV secolo, il periodo dei grandi Padri della Cappadocia
della Chiesa orientale e dei grandi Padri della Chiesa occidentale,
come San Girolamo, Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, non vi era un'altrettanto
grande fioritura teologica.
È sufficiente ricordare i nomi di Henri de Lubac e Jean Daniélou,
di Yves Congar, Hugo e Karl Rahner, di Hans Urs von Balthasar e del
suo maestro Erich Przywara, di Oscar Cullmann, Martin Dibelius, Rudolf
Bultmann, Karl Barth e dei grandi teologi americani come Reinhold
Niebuhr - per non parlare dei teologi della liberazione (qualunque
sia il giudizio che possiamo dare di loro, ora che ad essi viene prestata
una nuova attenzione dalla Congregazione della Dottrina della fede)
e molti altri ancora viventi. Ricordiamo anche i grandi teologi della
Chiesa orientale dei quali conosciamo così poco, come Pavel
Florenskij e Sergei Bulgakov.
Le opinioni su questi teologi possono essere molto diverse e variegate,
ma essi certamente rappresentano un incredibile gruppo, come non è
mai esistito nella Chiesa nei tempi passati.
Tutto ciò è avvenuto in un mondo carico di problemi
e di sfide, come la ingiusta distribuzione delle ricchezze e delle
risorse, la povertà e la fame, i problemi della violenza diffusa
e del mantenimento della pace. È poi particolarmente vivo il
problema della difficoltà di comprendere con chiarezza i limiti
della legge civile in rapporto alla legge morale. Questi sono problemi
molto reali, soprattutto in alcuni Paesi, e sono spesso oggetto di
differenti letture che generano una dialettica anche molto accesa.
A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello
stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo
nel tempo del Concilio di Trento, altri in quello del Concilio Vaticano
Primo. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio Vaticano Secondo,
altri molto meno; altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo
millennio. Non siamo tutti veri contemporanei, e questo ha sempre
rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima
pazienza e discernimento.
Ma preferisco accantonare almeno per il momento questo genere di problemi
e considerare piuttosto la nostra situazione pedagogica e culturale
con le conseguenti questioni collegate all'educazione e all'insegnamento.
UNA
MENTALITÀ POSTMODERNA
Per cercare un dialogo proficuo tra la gente di questo mondo ed il
Vangelo e per rinnovare la nostra pedagogia alla luce dell'esempio
di Gesù, è importante osservare attentamente il cosiddetto
mondo postmoderno, che costituisce il contesto di fondo di molti di
questi problemi e ne condiziona le soluzioni.
Una mentalità postmoderna potrebbe essere definita in termini
di opposizioni: un'atmosfera e un movimento di pensiero che si oppone
al mondo così come lo abbiamo finora conosciuto. È una
mentalità che si distacca spontaneamente dalla metafisica,
dall'aristotelismo, dalla tradizione agostiniana e da Roma, considerata
come la sede della Chiesa, e da molte altre cose.
Il pensare postmoderno è lontano dal precedente mondo cristiano
platonico in cui erano dati per scontati la supremazia della verità
e dei valori sui sentimenti, dell'intelligenza sulla volontà,
dello spirito sulla carne, dell'unità sul pluralismo, dell'ascetismo
sulla vitalità, dell'eternità sulla temporalità.
Nel nostro mondo di oggi vi è infatti una istintiva preferenza
per i sentimenti sulla volontà, per le impressioni sull'intelligenza,
per una logica arbitraria e la ricerca del piacere su una moralità
ascetica e coercitiva. Questo è un mondo in cui sono prioritari
la sensibilità, l'emozione e l'attimo presente. L'esistenza
umana diventa quindi un luogo in cui vi è libertà senza
freni, in cui una persona esercita, o crede di poter esercitare, il
suo personale arbitrio e la propria creatività.
Questo tempo è anche di reazione contro una mentalità
eccessivamente razionale. La letteratura, l'arte, la musica e le nuove
scienze umane (in particolare la psicoanalisi) rivelano come molte
persone non credono più di vivere in un mondo guidato da leggi
razionali, dove la civiltà occidentale è un modello
da imitare nel mondo. Viene invece accettato che tutte le civiltà
siano uguali, mentre prima si insisteva sulla cosiddetta tradizione
classica. Oggi un po' tutto viene posto sullo stesso piano, perché
non esistono più criteri con cui verificare che cosa sia una
civiltà vera e autentica.
Vi è opposizione alla razionalità vista anche come fonte
di violenza perché le persone ritengono che la razionalità
può essere imposta in quanto vera.
Si preferisce ogni forma di dialogo e di scambio per il desiderio
di essere sempre aperti agli altri e a ciò che è diverso,
si è dubbiosi anche verso se stessi e non ci si fida di chi
vuole affermare la propria identità con la forza. Questo è
il motivo per cui il cristianesimo non viene accolto facilmente quando
si presenta come la 'vera' religione. Ricordo un giovane che recentemente
mi diceva: "Soprattutto, non mi dica che il cristianesimo è
verità. Questo mi dà fastidio, mi blocca. È diverso
che dire che il cristianesimo è bello
". La bellezza
è preferibile alla verità.
In questo clima, la tecnologia non è più considerata
uno strumento al servizio dell'umanità, ma un ambiente in cui
si danno le nuove regole per interpretare il mondo: non esiste più
l'essenza delle cose, ma solo l'utilizzo di esse per un certo fine
determinato dalla volontà e dal desiderio di ciascuno.
In questo clima, è conseguente il rifiuto del senso del peccato
e della redenzione. Si dice: "Tutti sono uguali, ma ogni persona
è unica".
Esiste il diritto assoluto di essere unici e di affermare se stessi.
Ogni regola morale è obsoleta. Non esiste più il peccato,
né il perdono, né la redenzione e tanto meno il "rinnegare
se stessi". La vita non può più essere vista come
un sacrificio o una sofferenza.
Un'ultima caratteristica della postmodernità è il rifiuto
di accettare qualunque cosa che sa di centralismo o di volontà
di dirigere le cose dall'alto.
In questo modo di pensare vi è un "complesso anti-romano".
Siamo ormai oltre il contesto in cui l'universale, ciò che
era scritto, generale e senza tempo, contava di più; in cui
ciò che era durevole e immutabile veniva preferito rispetto
a ciò che era particolare, locale e datato. Oggi la preferenza
è invece per una conoscenza più locale, pluralista,
adattabile a circostanze e a tempi diversi.
Non voglio ora esprimere giudizi. Sarebbe necessario molto discernimento
per distinguere il vero dal falso, che cosa viene detto con approssimazione
da ciò che viene detto con precisione, che cosa è semplicemente
una tendenza o una moda da ciò che è una dichiarazione
importante e significativa. Ciò che mi preme sottolineare è
che questa mentalità è ormai dappertutto, soprattutto
presso i giovani, e bisogna tenerne conto.
Ma voglio aggiungere una cosa. Forse questa situazione è migliore
di quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la
possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida, di
oggettività, di realismo, di esercizio della vera libertà,
di religione legata alla vita del corpo e non solo della mente. In
un mondo come quello in cui viviamo oggi, il mistero di un Dio non
disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza; la fede
compresa come un rischio diventa più attraente. Il cristianesimo
appare più bello, più vicino alla gente, più
vero.
Il mistero della Trinità appare come fonte di significato per
la vita e un aiuto per comprendere il mistero dell'esistenza umana.
"ESAMINA
TUTTO CON DISCERNIMENTO"
Insegnare la fede in questo mondo rappresenta nondimeno una sfida.
Per essere preparati, bisogna fare proprie queste attitudini:
Non essere sorpreso dalla diversità. Non avere paura di ciò
che è diverso o nuovo, ma consideralo come un dono di Dio.
Prova ad essere capace di ascoltare cose molto diverse da quelle che
normalmente pensi, ma senza giudicare immediatamente chi parla. Cerca
di capire che cosa ti viene detto e gli argomenti fondamentali presentati.
I giovani sono molto sensibili ad un atteggiamento di ascolto senza
giudizi. Questa attitudine dà loro il coraggio di parlare di
ciò che realmente sentono e di iniziare a distinguere che cosa
è veramente vero da ciò che lo è soltanto in
apparenza. Come dice San Paolo: "Esamina tutto con discernimento;
conserva ciò che è vero; astieniti da ogni specie di
male" (1 Ts 5:21-22).
Corri dei rischi. La fede è il grande rischio della vita. "Chi
vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà
la propria vita per causa mia, la troverà" (Mt. 16,25).
Tutto deve essere dato via per Cristo e il suo Vangelo.
Sii amico dei poveri. Metti i poveri al centro della tua vita perché
essi sono gli amici di Gesù che ha fatto di se stesso uno di
loro.
Alimentati con il Vangelo. Come Gesù ci dice nel suo discorso
sul pane della vita: "Perché il pane di Dio è colui
che discende dal cielo e dà la vita al mondo" (Gv. 6,33).
PREGHIERA,
UMILTÀ E SILENZIO
Per aiutare a sviluppare queste attitudini, propongo quattro esercizi:
1. Lectio divina. È una raccomandazione di Giovanni Paolo II:
"In particolare è necessario che l'ascolto della Parola
diventi un incontro vitale, nell'antica e sempre valida tradizione
della lectio divina che fa cogliere nel testo biblico la parola viva
che interpella, orienta, plasma l'esistenza" (Novo Millennio
Ineunte, 39). "La Parola di Dio nutre la vita, la preghiera e
il viaggio quotidiano, è il principio di unità della
comunità in una unità di pensiero, l'ispirazione per
il rinnovamento continuo e per la creatività apostolica"
(Ripartendo da Cristo, 24).
2. Autocontrollo. Dobbiamo imparare di nuovo che sapere opporsi alle
proprie voglie è qualcosa di più gioioso delle concessioni
continue che appaiono desiderabili ma che finiscono per generare noia
e sazietà.
3. Silenzio. Dobbiamo allontanarci dalla insana schiavitù del
rumore e delle chiacchiere senza fine, e trovare ogni giorno almeno
mezz'ora di silenzio e mezza giornata ogni settimana per pensare a
noi stessi, per riflettere e pregare.
Questo potrebbe sembrare difficile, ma quando si riesce a dare un
esempio di pace interiore e tranquillità che nasce da tale
esercizio, anche i giovani prendono coraggio e trovano in ciò
una fonte di vita e di gioia mai provata prima.
4. Umiltà. Non credere che spetti a noi risolvere i grandi
problemi dei nostri tempi. Lascia spazio allo Spirito Santo che lavora
meglio di noi e più profondamente. Non cercare di soffocare
lo Spirito negli altri, è lo Spirito che soffia. Piuttosto,
sii pronto a cogliere le sue manifestazioni più sottili. Per
questo hai bisogno di silenzio.
Carlo
Maria Martini (Avvenire)