...Sotto
il fico
"Vivificati
dallo spirito della divina Scrittura" (S. Francesco)
"Udendo
che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro né
argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane,
né bastone per via, né avere calzari, né due
tonache... subito... Francesco esclamò: Questo voglio, questo
chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!
e non sopporta
indugio alcuno a mettere in pratica fedelmente quanto ha sentito:
si scioglie dai piedi i calzari, abbandona il suo bastone, si accontenta
di una sola tunica, sostituisce la sua cintura con una corda"
(1Cel. 22).
Tutti - anche se non abbiamo letto il resoconto che ne fa Tommaso
da Celano, il primo biografo di san Francesco - abbiamo in mente questa
scena: il giovane Francesco di Assisi udite le parole che Gesù
rivolge ai suoi discepoli nell'inviarli in missione (Mt 10,7-10; Mc
6, 8-9; Lc 9,1-6), subito le sente rivolte a sé, ed automaticamente,
senza pensarci troppo sopra, trasforma la Parola che gli è
stata rivolta in una propria volontà, la vive come un proprio
desiderio... e senza indugio la mette in pratica fedelmente, si potrebbe
dire "alla lettera".
Lo sento - lo voglio e lo chiedo con tutto me stesso - lo faccio:
sulla carta è così semplice che non paiono nemmeno tre
azioni distinte, ma tre fasi quasi simultanee; eppure è così
lontano dalla nostra esperienza quotidiana che spesso risulta quasi
sconcertante.
Ed ecco, allora, che viene spontaneo prendere un po' le distanze,
in molti modi diversi:
- sì, è bello, sarebbe bello se fosse così...
ma è un caso eccezionale, fuori del comune: solo alcuni grandi,
solo i Santi con la S maiuscola "possono" agire così.
Non è per tutti, non è per noi;
- per noi sarebbe un modo di procedere quasi da sconsiderati: agire
così, senza pensare, senza rifletterci prima bene sopra, senza
avere analizzato bene i pro e i contro, senza assicurarci che sia
la cosa giusta nel momento giusto... e che "faccia proprio per
noi";
- in fondo è un po' ingenuo: sappiamo bene che non tutto deve
essere preso alla lettera e a volte non è il caso di fare proprio
come è scritto, possiamo - anzi, dobbiamo- leggere un po' tra
le righe e...
In tutto questo, certo, c'è anche del vero... ma la peculiarità
del modo di procedere di Francesco è tale che vale la pena
di correre il rischio, di abbassare un po' le difese, e di lasciarci
provocare un po' più da vicino. Per esempio chiedendoci che
cosa c'è "dietro" questo fare propria e tradurre
immediatamente in azione ogni parola della Scrittura.
Un
simile comportamento presuppone innanzitutto la fiducia assoluta che
quel contatto con la Parola non sia casuale, ma sia un momento cercato
e voluto di comunicazione; e non semplicemente comunicazione tra Dio
e l"uomo, ma tra Dio e quell'uomo in quel momento.
Partire con la convinzione che questa parola ora sia qui per me modifica
radicalmente il mio modo di pormi: una "informazione" percepita
quasi per caso, una "notizia da conoscere", diventa automaticamente
un "messaggio da ricevere"! Vengono in mente coloro che
nella Ammonizione VII sono definiti "morti a causa della lettera",
coloro che unicamente bramano sapere le sole parole: si fermano all'informazione,
che potrà anche dare fama di "sapienza" (per essere
ritenuti i più sapienti in mezzo agli altri) e garantire il
successo (per potere acquistare grandi ricchezze), ma non seguono
lo spirito della divina Scrittura.
"Udire", dunque, non implica necessariamente "ascoltare".
L'ascolto, però, è solo un punto di partenza, essenziale,
ma non sufficiente: il messaggio "vivo" richiede una risposta.
Si resta davvero meravigliati di fronte alla naturalezza con cui Francesco,
nel racconto del Celano, subito esclamò "Questo voglio...";
ed è il Celano stesso che ci offre una chiave per interpretarla
riferendo che egli aveva una comprensione altissima delle Scritture
perché ciò che rimane inaccessibile alla scienza dei
maestri era aperto all'affetto dell'amante (2Cel 102). Un ascolto,
dunque, che è comprendere: non semplicemente una "intelligenza"
razionale, che può restare "fuori dalla nostra vita",
ma un fare proprio nell'amore.
Ascolto, dunque, perché ho la certezza che in ciò che
sento Dio mi parla; e lo voglio, perché amo.
Sembra già tanto, ma nemmeno il volere basta: ogni uomo sperimenta
continuamente la frattura tra il voler fare ed il fare. Ed ecco, allora,
il chiedere. Francesco "chiede ciò che gli è stato
chiesto di fare"! Sembra un gioco di parole, ma nasconde l'umile
affidamento di chi sa che tutto ciò che può non lo può
"da sé". Lo voglio perché amo, dunque, e lo
posso perché sapendo di non poterlo lo chiedo a colui che me
lo può dare.
Ed ecco allora che non c'è da stupirsi se ne deriva immediatamente
l'azione. Ci sarebbe piuttosto da stupirsi del contrario! Come ricorda
la Ammonizione VII sono vivificati dallo spirito della divina Scrittura
coloro che ogni scienza che sanno e desiderano sapere non la attribuiscono
al proprio io ma la restituiscono, con la parola e con l'esempio,
all'altissimo Signore Dio, al quale appartiene ogni bene.
Una
meta lontanissima? Forse, ed è naturale che se ci pensiamo
soli di fronte ad essa ci manchino le forze. Ma non impossibile: anzi,
forse solo il ritenerla impossibile potrebbe veramente impedirci di
avvicinarsi ad essa. E' un bene, dunque, che un santo come Francesco
stia lì a ricordarci che è alla portata dell'uomo...,
e che l'utopia può vivere nel mondo.
Maria
Enza Bona